Arnaldo Catinari, direttore della fotografia di lungo corso (per Ligabue, Pieraccioni, Muccino, Infascelli, Aldo Giovanni e Giacomo, Virzì, Moretti, Zampaglione, Verdone e mille altri), esordisce alla regia cinematografica dopo aver diretto qualche puntata di serie tv come Suburra, Citadel e Vita Da Carlo. Lo fa con un soggetto (scritto con Silvio Muccino) affatto banale, incentrato sui giorni di D'Annunzio e Fiume e sulla promulgazione della famosa Carta del Carnaro, la Costituzione del nuovo regno utopistico del Vate. D'Annunzio è tornato di moda, nel 2021 ne aveva indossato i panni Sergio Castellitto (Il Cattivo Poeta), anche se nel caso di Catinari la figura del poeta abruzzese rischia di essere quasi periferica. Occupa inizio e fine della storia, e sebbene costituisca il deus ex machina degli eventi, perlomeno in senso astratto, rimane un'idea platonica che soggiace ad una sceneggiatura che in realtà poi va altrove e si occupa di altro. Alla Festa Della Rivoluzione è fondamentalmente una storia d'amore tra due protagonisti che sarebbero potuti essere ovunque, in Ungheria nel 1956, in Cecoslovacchia nel 1989, a Milano nel 1848 o nella Terra di Mezzo nei giorni raccontati da Tolkien. E' del tutto casuale e indifferente che si tratti di Fiume e di D'Annunzio, è evidente che il focus della vicenda sono Giulio e Beatrice, al secolo Nicolas Maupas e Valentina Romani. L'idea di fondo di Alla Festa Della Rivoluzione era eccitante ed originale, ma a mio gusto e parere Catinari sbaglia tutte le scelte che poteva sbagliare. Partiamo dagli aspetti positivi della pellicola: indubbiamente la fotografia, sontuosa e accattivante, fatta di tanta luce naturale, di chiaroscuri, di finestre accecanti che rischiarano ambienti interni e sagomano i profili dei personaggi; poi Riccardo Scamarcio, perfettamente a suo agio nei panni del cattivo spietato e amorale; infine Maurizio Lombardi, attore che a me piace particolarmente, anche se il suo Gabriele D'Annunzio non è esente da difetti, bianco immacolato come la sua uniforme, un profeta, un messia, un Gesù Cristo privo di qualsivoglia ombra, nonostante si tratti del "poeta del fascismo", figura tanto geniale quanto ambigua, affrontata con eccesiva reverenza e romanticismo.
La vicenda inizia con un attentato al Vate, girato come fossimo dentro Mission Impossible, con movenze da combattimento degne di un action americano, il che non aiuta esattamente a calarsi nelle atmosfere del 1919. Poi Susanna Acchiardi si lancia da un terrazzo in posizione da crocifisso, una rappresentazione puramente estetica, non c'è alcuna ragione per la quale si debba lasciar cadere così (verso il retro di un furgone colmo di sacchi pieni di qualcosa per attutire l'impatto). Un gesto totalmente irrealistico ma molto glamour. Ci sono lunghe ed estenuanti scene di dialogo tra Maupas e Romani nelle quali i due ragionano e ragionano del niente, girando intorno ai loro sentimenti come adolescenti appassionati ("io non conosco molte persone capaci di amare come sai fare tu"), in attesa che arrivi il bacio e poi - ovviamente - le lenzuola. Nonostante la guerra e il fascismo siano la cornice della storia, a tratti occorre fermarsi per scrollarsi di dosso la melassa, il languore e lo zucchero filato. Il tutto si sublima in un'assurda scena verso la fine quando nel mezzo dell'apocalisse i due si baciano mentre infuriano spari ed esplosioni, come fosse Via Col Vento, ho aspettato con ansia che Rossella O'Hara Romani recitasse la battuta "domani è un altro giorno". A D'Annunzio non vengono risparmiate pose iconiche, da stereotipo dannunziano, tipo lui che nella penombra si regge la testa con due dita e scruta torvo il vuoto, assorto tra mille tormenti. C'è persino una festa orgiastica imprescindibile in ambito dannunziano, il piacere è sempre il piacere. E il sapore di Eyes Wide Shut arriva subito a bagnare la lingua dello spettatore. Personalmente consiglierei ai registi che a tutti costi vogliano girare scene simili di avere una prospettiva propria e peculiare, perché inesorabilmente il paragone con il gigante con la K li schiaccerà tutti. Per non parlare del momento forse più sfidante e imbarazzante del film, la "pre-morte apparente", potere supereroistico imparato da non meglio precisati maestri spirituali orientali che nel contesto del primo '900, in mezzo a moschetti e fasci da combattimento, ricolloca immediatamente il film tra Tarantino e i Manetti Bros.
Alla Festa Della Rivoluzione è una gigantesca occasione sprecata, un contesto storico, politico e culturale decisamente poco trattato al cinema e che poteva trasformarsi in una cornucopia di cose da raccontare, sondare e riempire di sfumature. Invece Catinari di fatto si limita a girare una storia d'amore un po' Peynet, per quanto calata in un contesto parabellico, illuminata con grande mestiere ed una cura maniacale per l'estetica. Il cast va sprecato su pagine di sceneggiatura che tratteggiano personaggi senza tridimensionalità, in piena crisi ormonale, tutti d'un pezzo, netti, o bianchi o neri ma comunque d'acciaio. E il finale arriva brutalmente a chiudere un racconto che non aveva più nulla da dire una volta che la storia d'amore trova il suo compimento. La voce off che precede i titoli di coda (ma segue anche quelli di testa) liquida grossolanamente gli eventi e pontifica di futuri ideali immaginifici ai limiti del fantasy. Sono andato in sala aspettandomi un corposo film storico ma anche psicologico e dai tratti inquietante, ho sbattuto ahimè il naso su tonnellate di sentimentalismo.



