Civil War

Civil War
Civil War

Il 18 aprile 2024 esce nelle sale americane Civil War, 283 giorni prima che abbia inizio il secondo mandato Trump alla Casa Bianca. Al di là dell'elezione a venire del 47° presidente degli Stati Uniti (già 45°), il clima in America è rovente e la pellicola di Alex Garland lo incendia ulteriormente. La storia sembra preludere a ciò che potrebbe essere, evidentemente i segnali ci sono e il regista britannico (curiosamente non americano), li squaderna uno per uno, al punto che rivisto oggi Civil War si potrebbe definire quasi profetico, anche se le sue previsioni erano di cortissimo respiro poiché si trattava veramente di pochi mesi tra la sua proiezione nelle sale americane e i telegiornali odierni. Intendiamoci, non siamo ancora a quel punto ma il fatto che Civil War appaia verosimile è già sufficientemente inquietante. Quando il mondo vide 1997: Fuga Da New York lo ritenne un film distopico, un monito per il futuro (nonché un ottimo prodotto di intrattenimento) ma non se lo sentì addosso, come fosse potuto accadere il giorno dopo. L'effetto di Civil War è completamente diverso, purtroppo. Non che si tratti della prima pellicola che affronta il tema, penso ad esempio a La Seconda Guerra Civile Americana di Joe Dante, film tv del 1997, che tuttavia adottava un registro assai più satirico e grottesco. Civil War difetta completamente di ironia ed umorismo, non può offrirne perché il punto di vista è realista, cinico, documentaristico. Lo spettatore è un giornalista embedded, come quelli che vede nel film indaffarati nel tentativo di riportare la guerra agli americani stando spalla a spalla con i militari, schivando le stesse pallottole, vivendo gli stessi rischi e pericoli ma armati solo di macchine fotografiche.

Ciò che ho apprezzato di Civil War è che non c'è una spiegazione, non c'è un prima, non c'è il come ed il perché si è giunti allo scontro civile in America; non ha importanza, il punto è che potrebbe accadere. Non ci viene data una motivazione e del resto, quale che fosse sarebbe stupida, in che modo si potrebbe razionalmente spiegare una guerra civile tra compatrioti? Siamo dunque nel bel mezzo del conflitto, un'alleanza di stati fa guerra a Washington, il Presidente è asserragliato nello studio ovale pronto al peggio. Due giornalisti attraversano 700 miglia per andarlo a intervistare prima della probabile capitolazione, Lee (Kirsten Dunst) e Joel (Wagner Moura), con loro ci sono Sammy (Stephen McKinley Henderson), un anziano collega, e Jessie (Cailee Spaeny), una ragazzina che ammira Lee come la fotoreporter di guerra che lei vorrebbe diventare. Civil War si trasforma in un war movie on the road, il racconto di quelle centinaia di miglia disseminate di violenza, sangue, crudeltà, disumanità e apocalisse. I quattro personaggi principali sono molto ben definiti, Lee è una donna aspra, disillusa e severa, il cui mestiere è diventato lo scudo per sopravvivere a tutto ciò di cui ha fatto esperienza vedendo morire e seviziare esseri umani; Joel ha tratti in apparenza più superficiali, anche nel suo caso probabilmente dovuti alla necessità di restare a galla in un mondo miserabile; Sammy è un "vecchio" che ne ha viste tante ma che in qualche modo ha conservato la propria umanità e generosità; Jessie è materia plasmabile e la sua formazione sarà proprio il viaggio con i "colleghi".

Civil War è brutale e nel suo essere tale fedelmente lo stile di Lee e Joel, non interpreta, non compartecipa, non empatizza, documenta perché altri lo facciano al posto suo, non i lettori dei quotidiani in questo caso ma gli spettatori. Questo spiega anche il finale/non finale, che è semplicemente la naturale evoluzione degli eventi. Ci sono vertici di tensione quasi insostenibile lungo la strada, penso agli impiccati della pompa di benzina o al soldato del posto di blocco (Jesse Plemons, compagno nella vita della Dunst) che attua le sue proprie regole per una corretta pulizia etnica americana. Passaggi apparentemente semplici, diretti, senza fronzoli, senza enfasi, e proprio per questo estremamente crudi e disagevoli. Notevole l'interpretazione di tutto il cast, a partire da una Kirsten Dunst un po' imbolsita, senza trucco e con l'espressione di chi ha una stanchezza inguaribile dentro, la stanchezza della vita. Quel microscopico passaggio nel surreale negozio di abbigliamento, dove la giornalista dopo secoli ritrova il gusto di indossare un vestito ed accenna un sorriso disperato, fa davvero tenerezza. Unico neo, se proprio devo trovarne uno, è nella caratterizzazione di Jessie a mio avviso, a tratti troppo estrema, il suo buttarsi a capofitto in ogni teatro di morte, incurante di tutto, con una frenesia talmente feroce da replicare quella dei militari con i mitra in mano, tradisce forse l'umanità di Garland che da qualche parte doveva pur sfociare, un grido a stento trattenuto verso l'orrore che i 109 minuti di Civil War ci scaraventano in faccia.

Trailer ufficiale

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