Il Grande Inquisitore

Il Grande Inquisitore
Il Grande Inquisitore

La saga di Jason Bourne a me è piaciuta molto, parecchio se ci riferiamo ai primi due capitoli (Identity e Supremacy), abbastanza se si tratta del terzo (Ultimatum). Mi pareva una brillante rivitalizzazione del genere spionistico, sufficientemente emancipata dal modello 007 (il nuovo corso con Daniel Craig ha preso in prestito un bel po' da Bourne), ma allo stesso tempo anche meno fumettosa e hi-tech di Mission Impossibile, per dire. Una giusta via di mezzo tra lo spy/action vecchio stampo e le diavolerie in formato gadget, dove la trama conta ancora più della location, e i personaggi più del cyber aggeggio che sconquassa il pianeta (e con dei cattivi che non sono delle macchiette da cartone animato). Una buona base di partenza la davano le storie di Ludlum, poi a seguire il grande talento di Matt Damon, le favolose regie di Liman e Greengrass, e le sceneggiature di Gilroy. Ecco proprio lui, Gilroy, si occupa di dirigere il quarto capitolo (Legacy), una scommessa mica da ridere, visto che Ludlum nel frattempo è morto, e Damon non si è più voluto mettere i panni di Bourne. E allora che si fa? Si costruisce una storia parallela, appiccicata alla trilogia che l'ha preceduta, "vicina vicina" come dicono a Striscia, ma che allo stesso tempo possa vivere di vita propria. Nel film Jason Bourne viene citato continuamente, pare dover sbucare ad ogni angolo di strada, ma non lo vediamo mai. Pamela Landy (Joan Allen), Ezra Kramer (Scott Glenn), Albert Hirsch (Albert Finney), Noah Vosen (David Strathairn) ci sono ancora, a mantenere la liaison con quanto successo prima, e le citazioni a concatenazione sono onnipresenti, per dare l'idea allo spettatore di trovarsi effettivamente in un continuum coerente, senza turbarlo troppo insomma; molto è cambiato ma ci si deve sentire a casa. Divertente il fatto che la prima inquadratura nel film, un uomo nell'acqua ghiacciata, è girata appositamente in modo identico al finale di Ultimatum, così come il finale di Legacy, col peschereccio che trasporta Renner e la Weisz in mare aperto e col cielo sereno, ricalca l'inizio di Identity, dove sempre un peschereccio ritrova il corpo di Jason Bourne durante una tempesta.

Al posto di Damon c'è Jeremy Renner, prova dignitosa la sua, anche se Damon è inarrivabile. La Bourne girl stavolta è Rachel Weisz, e a puntellare ulteriormente la baracca c'è l'ambiguo ed oscuro Edward Norton, con due occhi post sbronza per tutto il film. Clima sempre opprimente e minaccioso. Molti spostamenti in giro per il pianeta, dall'Alaska alle Filippine come niente fosse; in particolare molto bella tutta la parte in solitaria di Renner sulle montagne innevate. I primi 20 minuti sono farraginosissimi, quasi incomprensibili, vuoi per un montaggio alternato di situazioni, vuoi perché si tende scientemente a far annaspare lo spettatore tra i mille ami ed indizi buttati. Le scene d'azione sono abbastanza classiche e ben realizzate. Il film è assolutamente gradevole, anche se, scontando il paragone con il resto della saga (non si dovrebbe...ma si fa), risulta fiacco e privo di guizzi genialoidi. Alla fine si rimane con la sensazione di aver visto un prodotto confezionato a dovere e con mestiere, ma schiacciato dal titolo che porta, dall'eredità che deve onorare, dalle aspettative di chi ha seguito con tanta frenesia gli episodi precedenti. E c'è da aspettarsi un quinto titolo, poiché Legacy costituisce a tutti gli effetti una sorta di reboot mascherato (tecnicamente in realtà si dovrebbe parlare di spin-off), e perché i romanzi scritti da Eric Van Lustbader (il continuatore dell'opera di Ludlum), sono già due, The Bourne Legacy, The Bourne Betrayal, sebbene l'attinenza tra i suoi libri e perlomeno questo Legacy non sia stata osservata con troppa diligenza. Il finale del film è talmente aperto, sia per Renner che per Damon, che non sarebbe escluso nemmeno un ritorno di entrambi assieme nella stessa pellicola, e se magari Greengrass si decidesse a tornre dietro la macchina da presa....Il Grande Inquisitore (1968) è l'ultimo film di Michael Reeves prima della sua morte, avvenuta in circostanze misteriose; suicidio? Morte naturale? Reeves soffriva di depressione ed insonnia, assumeva farmaci ed era sotto trattamento medico e psichiatrico quando fu trovato cadavere in casa, a poche settimane dall'uscita del film. Nel frattempo, a distanza di oltre 40 anni, Il Grande Inquisitore è diventato un piccolo/grande culto del cinema del "terrore" (una volta si diceva così a proposito dei vecchi classici neri, poi la definizione becera di "horror" ha piallato tutto e inglobato indistintamente ogni sfumatura possibile).

La saga di Jason Bourne a me è piaciuta molto, parecchio se ci riferiamo ai primi due capitoli (Identity e Supremacy), abbastanza se si tratta del terzo (Ultimatum). Mi pareva una brillante rivitalizzazione del genere spionistico, sufficientemente emancipata dal modello 007 (il nuovo corso con Daniel Craig ha preso in prestito un bel po' da Bourne), ma allo stesso tempo anche meno fumettosa e hi-tech di Mission Impossibile, per dire. Una giusta via di mezzo tra lo spy/action vecchio stampo e le diavolerie in formato gadget, dove la trama conta ancora più della location, e i personaggi più del cyber aggeggio che sconquassa il pianeta (e con dei cattivi che non sono delle macchiette da cartone animato). Una buona base di partenza la davano le storie di Ludlum, poi a seguire il grande talento di Matt Damon, le favolose regie di Liman e Greengrass, e le sceneggiature di Gilroy. Ecco proprio lui, Gilroy, si occupa di dirigere il quarto capitolo (Legacy), una scommessa mica da ridere, visto che Ludlum nel frattempo è morto, e Damon non si è più voluto mettere i panni di Bourne. E allora che si fa? Si costruisce una storia parallela, appiccicata alla trilogia che l'ha preceduta, "vicina vicina" come dicono a Striscia, ma che allo stesso tempo possa vivere di vita propria. Nel film Jason Bourne viene citato continuamente, pare dover sbucare ad ogni angolo di strada, ma non lo vediamo mai. Pamela Landy (Joan Allen), Ezra Kramer (Scott Glenn), Albert Hirsch (Albert Finney), Noah Vosen (David Strathairn) ci sono ancora, a mantenere la liaison con quanto successo prima, e le citazioni a concatenazione sono onnipresenti, per dare l'idea allo spettatore di trovarsi effettivamente in un continuum coerente, senza turbarlo troppo insomma; molto è cambiato ma ci si deve sentire a casa. Divertente il fatto che la prima inquadratura nel film, un uomo nell'acqua ghiacciata, è girata appositamente in modo identico al finale di Ultimatum, così come il finale di Legacy, col peschereccio che trasporta Renner e la Weisz in mare aperto e col cielo sereno, ricalca l'inizio di Identity, dove sempre un peschereccio ritrova il corpo di Jason Bourne durante una tempesta.

Al posto di Damon c'è Jeremy Renner, prova dignitosa la sua, anche se Damon è inarrivabile. La Bourne girl stavolta è Rachel Weisz, e a puntellare ulteriormente la baracca c'è l'ambiguo ed oscuro Edward Norton, con due occhi post sbronza per tutto il film. Clima sempre opprimente e minaccioso. Molti spostamenti in giro per il pianeta, dall'Alaska alle Filippine come niente fosse; in particolare molto bella tutta la parte in solitaria di Renner sulle montagne innevate. I primi 20 minuti sono farraginosissimi, quasi incomprensibili, vuoi per un montaggio alternato di situazioni, vuoi perché si tende scientemente a far annaspare lo spettatore tra i mille ami ed indizi buttati. Le scene d'azione sono abbastanza classiche e ben realizzate. Il film è assolutamente gradevole, anche se, scontando il paragone con il resto della saga (non si dovrebbe...ma si fa), risulta fiacco e privo di guizzi genialoidi. Alla fine si rimane con la sensazione di aver visto un prodotto confezionato a dovere e con mestiere, ma schiacciato dal titolo che porta, dall'eredità che deve onorare, dalle aspettative di chi ha seguito con tanta frenesia gli episodi precedenti. E c'è da aspettarsi un quinto titolo, poiché Legacy costituisce a tutti gli effetti una sorta di reboot mascherato (tecnicamente in realtà si dovrebbe parlare di spin-off), e perché i romanzi scritti da Eric Van Lustbader (il continuatore dell'opera di Ludlum), sono già due, The Bourne Legacy, The Bourne Betrayal, sebbene l'attinenza tra i suoi libri e perlomeno questo Legacy non sia stata osservata con troppa diligenza. Il finale del film è talmente aperto, sia per Renner che per Damon, che non sarebbe escluso nemmeno un ritorno di entrambi assieme nella stessa pellicola, e se magari Greengrass si decidesse a tornre dietro la macchina da presa....Si narrano le gesta del magistrato inquisitore Matthew Hopkins (nella traduzione italiana insopportabilmente chiamato "Matteo"), che girovaga la costa orientale dell'Inghilterra assieme al suo "socio di sterminio" John Stearne, in cerca di streghe e presunti accoliti del demonio. Per ogni rogo o omicidio la coppia sanguinaria riceve sacchetti di ghinee sonanti e, già che c'è, Hopkins si concede anche molti momenti di distrazione con le popolane e con le imputate stesse dei suoi processi sommari, soprattutto se giovani e da "domare". Tutto andrebbe liscio finché Richard Marshall, un armigero dell'esercito di Cromwell, non decide di vendicare lo stupro della sua fidanzata e l'uccisione del padre di lei (un prete beffardamente processato per stregoneria).

La saga di Jason Bourne a me è piaciuta molto, parecchio se ci riferiamo ai primi due capitoli (Identity e Supremacy), abbastanza se si tratta del terzo (Ultimatum). Mi pareva una brillante rivitalizzazione del genere spionistico, sufficientemente emancipata dal modello 007 (il nuovo corso con Daniel Craig ha preso in prestito un bel po' da Bourne), ma allo stesso tempo anche meno fumettosa e hi-tech di Mission Impossibile, per dire. Una giusta via di mezzo tra lo spy/action vecchio stampo e le diavolerie in formato gadget, dove la trama conta ancora più della location, e i personaggi più del cyber aggeggio che sconquassa il pianeta (e con dei cattivi che non sono delle macchiette da cartone animato). Una buona base di partenza la davano le storie di Ludlum, poi a seguire il grande talento di Matt Damon, le favolose regie di Liman e Greengrass, e le sceneggiature di Gilroy. Ecco proprio lui, Gilroy, si occupa di dirigere il quarto capitolo (Legacy), una scommessa mica da ridere, visto che Ludlum nel frattempo è morto, e Damon non si è più voluto mettere i panni di Bourne. E allora che si fa? Si costruisce una storia parallela, appiccicata alla trilogia che l'ha preceduta, "vicina vicina" come dicono a Striscia, ma che allo stesso tempo possa vivere di vita propria. Nel film Jason Bourne viene citato continuamente, pare dover sbucare ad ogni angolo di strada, ma non lo vediamo mai. Pamela Landy (Joan Allen), Ezra Kramer (Scott Glenn), Albert Hirsch (Albert Finney), Noah Vosen (David Strathairn) ci sono ancora, a mantenere la liaison con quanto successo prima, e le citazioni a concatenazione sono onnipresenti, per dare l'idea allo spettatore di trovarsi effettivamente in un continuum coerente, senza turbarlo troppo insomma; molto è cambiato ma ci si deve sentire a casa. Divertente il fatto che la prima inquadratura nel film, un uomo nell'acqua ghiacciata, è girata appositamente in modo identico al finale di Ultimatum, così come il finale di Legacy, col peschereccio che trasporta Renner e la Weisz in mare aperto e col cielo sereno, ricalca l'inizio di Identity, dove sempre un peschereccio ritrova il corpo di Jason Bourne durante una tempesta.

Al posto di Damon c'è Jeremy Renner, prova dignitosa la sua, anche se Damon è inarrivabile. La Bourne girl stavolta è Rachel Weisz, e a puntellare ulteriormente la baracca c'è l'ambiguo ed oscuro Edward Norton, con due occhi post sbronza per tutto il film. Clima sempre opprimente e minaccioso. Molti spostamenti in giro per il pianeta, dall'Alaska alle Filippine come niente fosse; in particolare molto bella tutta la parte in solitaria di Renner sulle montagne innevate. I primi 20 minuti sono farraginosissimi, quasi incomprensibili, vuoi per un montaggio alternato di situazioni, vuoi perché si tende scientemente a far annaspare lo spettatore tra i mille ami ed indizi buttati. Le scene d'azione sono abbastanza classiche e ben realizzate. Il film è assolutamente gradevole, anche se, scontando il paragone con il resto della saga (non si dovrebbe...ma si fa), risulta fiacco e privo di guizzi genialoidi. Alla fine si rimane con la sensazione di aver visto un prodotto confezionato a dovere e con mestiere, ma schiacciato dal titolo che porta, dall'eredità che deve onorare, dalle aspettative di chi ha seguito con tanta frenesia gli episodi precedenti. E c'è da aspettarsi un quinto titolo, poiché Legacy costituisce a tutti gli effetti una sorta di reboot mascherato (tecnicamente in realtà si dovrebbe parlare di spin-off), e perché i romanzi scritti da Eric Van Lustbader (il continuatore dell'opera di Ludlum), sono già due, The Bourne Legacy, The Bourne Betrayal, sebbene l'attinenza tra i suoi libri e perlomeno questo Legacy non sia stata osservata con troppa diligenza. Il finale del film è talmente aperto, sia per Renner che per Damon, che non sarebbe escluso nemmeno un ritorno di entrambi assieme nella stessa pellicola, e se magari Greengrass si decidesse a tornre dietro la macchina da presa....Reeves aveva già dato prova di possedere una mano d'oro nella direzione, i suoi toni sanno essere drammatici ma mai stucchevoli o pacchianamente patetici; non conosce la retorica, anche se, rispetto a Il Lago Di Satana ad esempio, dove una certa ironia dissacratoria abbondava, Il Grande Inquisitore è permeato da una vena più epica, che si riscontra tanto nelle immagini quanto nel commento sonoro al film. La fotografia è semplicemente stupenda (John Coquillon), una campagna inglese affascinante, gotica, pura espressione della letteratura Romantica, tant'è che si è detto che mai come in questo film quei paesaggi sono stati così ben ritratti. Ed io aggiungo che un altro film che secondo me meriterebbe questa attestazione di merito è Monty Python And The Holy Grail (1975), curiosamente un film "comico" (definizione assai riduttiva della pellicola) e non un grande biopic storico o chissà quale dramma shakespeariano.

La saga di Jason Bourne a me è piaciuta molto, parecchio se ci riferiamo ai primi due capitoli (Identity e Supremacy), abbastanza se si tratta del terzo (Ultimatum). Mi pareva una brillante rivitalizzazione del genere spionistico, sufficientemente emancipata dal modello 007 (il nuovo corso con Daniel Craig ha preso in prestito un bel po' da Bourne), ma allo stesso tempo anche meno fumettosa e hi-tech di Mission Impossibile, per dire. Una giusta via di mezzo tra lo spy/action vecchio stampo e le diavolerie in formato gadget, dove la trama conta ancora più della location, e i personaggi più del cyber aggeggio che sconquassa il pianeta (e con dei cattivi che non sono delle macchiette da cartone animato). Una buona base di partenza la davano le storie di Ludlum, poi a seguire il grande talento di Matt Damon, le favolose regie di Liman e Greengrass, e le sceneggiature di Gilroy. Ecco proprio lui, Gilroy, si occupa di dirigere il quarto capitolo (Legacy), una scommessa mica da ridere, visto che Ludlum nel frattempo è morto, e Damon non si è più voluto mettere i panni di Bourne. E allora che si fa? Si costruisce una storia parallela, appiccicata alla trilogia che l'ha preceduta, "vicina vicina" come dicono a Striscia, ma che allo stesso tempo possa vivere di vita propria. Nel film Jason Bourne viene citato continuamente, pare dover sbucare ad ogni angolo di strada, ma non lo vediamo mai. Pamela Landy (Joan Allen), Ezra Kramer (Scott Glenn), Albert Hirsch (Albert Finney), Noah Vosen (David Strathairn) ci sono ancora, a mantenere la liaison con quanto successo prima, e le citazioni a concatenazione sono onnipresenti, per dare l'idea allo spettatore di trovarsi effettivamente in un continuum coerente, senza turbarlo troppo insomma; molto è cambiato ma ci si deve sentire a casa. Divertente il fatto che la prima inquadratura nel film, un uomo nell'acqua ghiacciata, è girata appositamente in modo identico al finale di Ultimatum, così come il finale di Legacy, col peschereccio che trasporta Renner e la Weisz in mare aperto e col cielo sereno, ricalca l'inizio di Identity, dove sempre un peschereccio ritrova il corpo di Jason Bourne durante una tempesta.

Al posto di Damon c'è Jeremy Renner, prova dignitosa la sua, anche se Damon è inarrivabile. La Bourne girl stavolta è Rachel Weisz, e a puntellare ulteriormente la baracca c'è l'ambiguo ed oscuro Edward Norton, con due occhi post sbronza per tutto il film. Clima sempre opprimente e minaccioso. Molti spostamenti in giro per il pianeta, dall'Alaska alle Filippine come niente fosse; in particolare molto bella tutta la parte in solitaria di Renner sulle montagne innevate. I primi 20 minuti sono farraginosissimi, quasi incomprensibili, vuoi per un montaggio alternato di situazioni, vuoi perché si tende scientemente a far annaspare lo spettatore tra i mille ami ed indizi buttati. Le scene d'azione sono abbastanza classiche e ben realizzate. Il film è assolutamente gradevole, anche se, scontando il paragone con il resto della saga (non si dovrebbe...ma si fa), risulta fiacco e privo di guizzi genialoidi. Alla fine si rimane con la sensazione di aver visto un prodotto confezionato a dovere e con mestiere, ma schiacciato dal titolo che porta, dall'eredità che deve onorare, dalle aspettative di chi ha seguito con tanta frenesia gli episodi precedenti. E c'è da aspettarsi un quinto titolo, poiché Legacy costituisce a tutti gli effetti una sorta di reboot mascherato (tecnicamente in realtà si dovrebbe parlare di spin-off), e perché i romanzi scritti da Eric Van Lustbader (il continuatore dell'opera di Ludlum), sono già due, The Bourne Legacy, The Bourne Betrayal, sebbene l'attinenza tra i suoi libri e perlomeno questo Legacy non sia stata osservata con troppa diligenza. Il finale del film è talmente aperto, sia per Renner che per Damon, che non sarebbe escluso nemmeno un ritorno di entrambi assieme nella stessa pellicola, e se magari Greengrass si decidesse a tornre dietro la macchina da presa....L'inizio de Il Grande Inquisitore è truce, feroce, con una strega portata al cappio e impiccata; il registro è gelido e straziante, e tale e quale lo ritroviamo in chiusura, proprio nell'ultima scena. - SPOILER: Marshall si accanisce su Hopkins a colpi di accetta, picchiandolo e picchiandolo selvaggiamente; un suo commilitone finisce l'inquisitore con una schioppettata, quasi a porre fine alle atroci torture. Marshall prorompe in un impeto di rabbia, urlando che tale gesto gli ha sottratto il piacere della vendetta, e al contempo, la povera Sara (la giovane stuprata e torturata da Hopkins) urla anch'essa di follia e dolore, immersa nel sangue e nella violenza tanto di Hopkins quanto del suo innamorato accecato dalla furia. Sull'urlo di Sara che echeggia per tutte le segrete del castello scorrono i titoli di coda. Una chiusura tetra, nient'affatto consolatoria, nonostante la fine di Hopkins; Reeves pare dire che il potere e la violenza annientano e corrompono irrimediabilmente, lasciando solo dolore ed un pessimismo ineludibile.

La saga di Jason Bourne a me è piaciuta molto, parecchio se ci riferiamo ai primi due capitoli (Identity e Supremacy), abbastanza se si tratta del terzo (Ultimatum). Mi pareva una brillante rivitalizzazione del genere spionistico, sufficientemente emancipata dal modello 007 (il nuovo corso con Daniel Craig ha preso in prestito un bel po' da Bourne), ma allo stesso tempo anche meno fumettosa e hi-tech di Mission Impossibile, per dire. Una giusta via di mezzo tra lo spy/action vecchio stampo e le diavolerie in formato gadget, dove la trama conta ancora più della location, e i personaggi più del cyber aggeggio che sconquassa il pianeta (e con dei cattivi che non sono delle macchiette da cartone animato). Una buona base di partenza la davano le storie di Ludlum, poi a seguire il grande talento di Matt Damon, le favolose regie di Liman e Greengrass, e le sceneggiature di Gilroy. Ecco proprio lui, Gilroy, si occupa di dirigere il quarto capitolo (Legacy), una scommessa mica da ridere, visto che Ludlum nel frattempo è morto, e Damon non si è più voluto mettere i panni di Bourne. E allora che si fa? Si costruisce una storia parallela, appiccicata alla trilogia che l'ha preceduta, "vicina vicina" come dicono a Striscia, ma che allo stesso tempo possa vivere di vita propria. Nel film Jason Bourne viene citato continuamente, pare dover sbucare ad ogni angolo di strada, ma non lo vediamo mai. Pamela Landy (Joan Allen), Ezra Kramer (Scott Glenn), Albert Hirsch (Albert Finney), Noah Vosen (David Strathairn) ci sono ancora, a mantenere la liaison con quanto successo prima, e le citazioni a concatenazione sono onnipresenti, per dare l'idea allo spettatore di trovarsi effettivamente in un continuum coerente, senza turbarlo troppo insomma; molto è cambiato ma ci si deve sentire a casa. Divertente il fatto che la prima inquadratura nel film, un uomo nell'acqua ghiacciata, è girata appositamente in modo identico al finale di Ultimatum, così come il finale di Legacy, col peschereccio che trasporta Renner e la Weisz in mare aperto e col cielo sereno, ricalca l'inizio di Identity, dove sempre un peschereccio ritrova il corpo di Jason Bourne durante una tempesta.

Al posto di Damon c'è Jeremy Renner, prova dignitosa la sua, anche se Damon è inarrivabile. La Bourne girl stavolta è Rachel Weisz, e a puntellare ulteriormente la baracca c'è l'ambiguo ed oscuro Edward Norton, con due occhi post sbronza per tutto il film. Clima sempre opprimente e minaccioso. Molti spostamenti in giro per il pianeta, dall'Alaska alle Filippine come niente fosse; in particolare molto bella tutta la parte in solitaria di Renner sulle montagne innevate. I primi 20 minuti sono farraginosissimi, quasi incomprensibili, vuoi per un montaggio alternato di situazioni, vuoi perché si tende scientemente a far annaspare lo spettatore tra i mille ami ed indizi buttati. Le scene d'azione sono abbastanza classiche e ben realizzate. Il film è assolutamente gradevole, anche se, scontando il paragone con il resto della saga (non si dovrebbe...ma si fa), risulta fiacco e privo di guizzi genialoidi. Alla fine si rimane con la sensazione di aver visto un prodotto confezionato a dovere e con mestiere, ma schiacciato dal titolo che porta, dall'eredità che deve onorare, dalle aspettative di chi ha seguito con tanta frenesia gli episodi precedenti. E c'è da aspettarsi un quinto titolo, poiché Legacy costituisce a tutti gli effetti una sorta di reboot mascherato (tecnicamente in realtà si dovrebbe parlare di spin-off), e perché i romanzi scritti da Eric Van Lustbader (il continuatore dell'opera di Ludlum), sono già due, The Bourne Legacy, The Bourne Betrayal, sebbene l'attinenza tra i suoi libri e perlomeno questo Legacy non sia stata osservata con troppa diligenza. Il finale del film è talmente aperto, sia per Renner che per Damon, che non sarebbe escluso nemmeno un ritorno di entrambi assieme nella stessa pellicola, e se magari Greengrass si decidesse a tornre dietro la macchina da presa....Di gran pregio l'uso che Reeves fa di luci e penombre, sia al chiuso (ad esempio la scena della cena a tre in casa del prete e di Sara) che all'aperto (le cavalcate all'imbrunire di Hopkins e di Marshall). Si concede anche qualche virtuosismo, come ad esempio la dissolvenza delle onde marine (quando Marshall insegue Re Carlo fino sulle spiagge della Manica) che si tramutano nel fuoco di un rogo stregonesco (Hopkins a lavoro, nell'ennesimo borgo di campagna). Tremendi i volti dei popolani al cospetto delle torture inflitte agli "accusati" di qualcosa; questi poveracci vengono malmenati, legati, frustati, trascinati, annegati, bruciati, trapassati dal ferro, e tutto ciò si svolge sotto lo sguardo impassibile, privo della benché minima compassione umana, quasi ebete, completamente soggiogato, dei villici che non vedono l'ora che qualcuno venga punito al posto loro.

La saga di Jason Bourne a me è piaciuta molto, parecchio se ci riferiamo ai primi due capitoli (Identity e Supremacy), abbastanza se si tratta del terzo (Ultimatum). Mi pareva una brillante rivitalizzazione del genere spionistico, sufficientemente emancipata dal modello 007 (il nuovo corso con Daniel Craig ha preso in prestito un bel po' da Bourne), ma allo stesso tempo anche meno fumettosa e hi-tech di Mission Impossibile, per dire. Una giusta via di mezzo tra lo spy/action vecchio stampo e le diavolerie in formato gadget, dove la trama conta ancora più della location, e i personaggi più del cyber aggeggio che sconquassa il pianeta (e con dei cattivi che non sono delle macchiette da cartone animato). Una buona base di partenza la davano le storie di Ludlum, poi a seguire il grande talento di Matt Damon, le favolose regie di Liman e Greengrass, e le sceneggiature di Gilroy. Ecco proprio lui, Gilroy, si occupa di dirigere il quarto capitolo (Legacy), una scommessa mica da ridere, visto che Ludlum nel frattempo è morto, e Damon non si è più voluto mettere i panni di Bourne. E allora che si fa? Si costruisce una storia parallela, appiccicata alla trilogia che l'ha preceduta, "vicina vicina" come dicono a Striscia, ma che allo stesso tempo possa vivere di vita propria. Nel film Jason Bourne viene citato continuamente, pare dover sbucare ad ogni angolo di strada, ma non lo vediamo mai. Pamela Landy (Joan Allen), Ezra Kramer (Scott Glenn), Albert Hirsch (Albert Finney), Noah Vosen (David Strathairn) ci sono ancora, a mantenere la liaison con quanto successo prima, e le citazioni a concatenazione sono onnipresenti, per dare l'idea allo spettatore di trovarsi effettivamente in un continuum coerente, senza turbarlo troppo insomma; molto è cambiato ma ci si deve sentire a casa. Divertente il fatto che la prima inquadratura nel film, un uomo nell'acqua ghiacciata, è girata appositamente in modo identico al finale di Ultimatum, così come il finale di Legacy, col peschereccio che trasporta Renner e la Weisz in mare aperto e col cielo sereno, ricalca l'inizio di Identity, dove sempre un peschereccio ritrova il corpo di Jason Bourne durante una tempesta.

Al posto di Damon c'è Jeremy Renner, prova dignitosa la sua, anche se Damon è inarrivabile. La Bourne girl stavolta è Rachel Weisz, e a puntellare ulteriormente la baracca c'è l'ambiguo ed oscuro Edward Norton, con due occhi post sbronza per tutto il film. Clima sempre opprimente e minaccioso. Molti spostamenti in giro per il pianeta, dall'Alaska alle Filippine come niente fosse; in particolare molto bella tutta la parte in solitaria di Renner sulle montagne innevate. I primi 20 minuti sono farraginosissimi, quasi incomprensibili, vuoi per un montaggio alternato di situazioni, vuoi perché si tende scientemente a far annaspare lo spettatore tra i mille ami ed indizi buttati. Le scene d'azione sono abbastanza classiche e ben realizzate. Il film è assolutamente gradevole, anche se, scontando il paragone con il resto della saga (non si dovrebbe...ma si fa), risulta fiacco e privo di guizzi genialoidi. Alla fine si rimane con la sensazione di aver visto un prodotto confezionato a dovere e con mestiere, ma schiacciato dal titolo che porta, dall'eredità che deve onorare, dalle aspettative di chi ha seguito con tanta frenesia gli episodi precedenti. E c'è da aspettarsi un quinto titolo, poiché Legacy costituisce a tutti gli effetti una sorta di reboot mascherato (tecnicamente in realtà si dovrebbe parlare di spin-off), e perché i romanzi scritti da Eric Van Lustbader (il continuatore dell'opera di Ludlum), sono già due, The Bourne Legacy, The Bourne Betrayal, sebbene l'attinenza tra i suoi libri e perlomeno questo Legacy non sia stata osservata con troppa diligenza. Il finale del film è talmente aperto, sia per Renner che per Damon, che non sarebbe escluso nemmeno un ritorno di entrambi assieme nella stessa pellicola, e se magari Greengrass si decidesse a tornre dietro la macchina da presa....Come per altri film di Reeves, la stretta attinenza ad un periodo storico ben preciso non deve fuorviare dalla possibilità che l'autore intenda in qualche modo alludere al (suo) presente, fatto comunque di un potere che mina le libertà degli uomini, e di rivoluzioni sociali e culturali in atto (siamo in zona '68). E' facile vedere in Hopkins, ma anche nel puritanesimo di Cromwell, una parabola del pensiero unico, del moralismo, del perbenismo, e dei poteri costituiti in genere, che schiacciano le persone fino ad annullarle. Nota di merito ovviamente per il titanico Vincent Price, eroe di mille trasposizioni orrorifiche di quegli anni, protagonista assoluto dei film ispirati ai racconti di Poe, e maschera perfetta della corruzione del Grande Inquisitore, un sadico, ipocrita, meschino esecutore del "volere di Dio". Tuttavia, la memoria storica ci dice che Reeves avrebbe voluto Donald Pleasence per interpretare il ruolo di Hopkins ma Price fu imposto dalla Produzione del film. Reeves chiese continuamente a Price di mantenere una recitazione sobria e misurata, in antitesi alla teatralità tipica dell'attore, e questo portò a frequenti litigi tra i due (un giorno Price, stressatissimo dalla direzione di Reeves, si presentò addirittura ubriaco sul set e Reeves disse che "avrebbe ucciso quel bastardo per aver osato") anche se, anni dopo, Price riconobbe ogni merito di quella scelta a Reeves.

Trailer ufficiale

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