David Michôd dirige un ambizioso ennesimo adattamento dell'Enrico V, più vicino alla vita del sovrano che alla drammatizzazione teatrale di William Shakespeare. A scanso di equivoci va detto subito che l'Enrico dalle fattezze del divo Timothée Chalamet è un personaggio cupo, tormentato e sofferente. Sorride una sola volta in 140 minuti di pellicola ed è alticcio. Diversamente il principe, primogenito di Enrico IV, è una maschera di serietà e frustrazione. La cornice che contiene il protagonista si allinea e ne riproduce fedelmente lo stato d'animo, abbiamo così ambienti sempre poco illuminati, colori mai sgargianti, una colonna sonora solenne ma dolente, tempi lenti e riflessivi come è sempre riflessivo Enrico, intento a capire l'esito e la ragione di ogni sua decisione. Siamo molto distanti dal solare ancorché determinato Enrico interpretato ad esempio da Kenneth Branagh, forse quello che più porto nel cuore tra le tante versioni succedutesi sul grande schermo da che cinema è cinema. Michôd imposta un tono verista, crudo, cronachistico, dove la virilità si stempera nel succedersi degli eventi, quasi privi di epicità. Basti pensare al passaggio dei poveri ragazzini trucidati dai francesi (decapitati per l'esattezza), o al discorso motivazionale di Enrico al suo esercito, durante il quale richiama l'appartenenza dell'Inghilterra al cuore dei soldati, i soldati sono l'Inghilterra e l'Inghilterra è ogni suo soldato e lo spazio contenuto tra essi. Tutto scorre in modo "normale" - nei limiti in cui le vicende narrate possono essere normali - un fotogramma dopo l'altro, all'insegna del realismo. Tali sono gli scontri tra gli uomini in armatura, mai spettacolari o artificiosi, bensì banalmente concreti (e sia detto come un pregio non come un difetto). L'impostazione è quella ed è ottimamente resa, diventa poi una questione di sensibilità personale gradirla o meno, oppure di contro preferire il lirismo romantico, il tono speranzoso, la frenesia guascona di un Kenneth Branagh (a me è piaciuto tantissimo quello, fatevene una ragione).
Se quindi tutto sommato si può dire che l'operazione di Michôd sia riuscita ed abbia una sua distinta cifra peculiare, vanno anche sottolineate quelle che a mio parere sono delle sbavature. Si veda l'improbabile delfino di Francia interpretato da Robert Pattinson, una figura caricaturale a metà strada tra un vampiro e il Joker di Batman, oppure Tommaso di Lancaster (fratello di Enrico), reso da Dean-Charles Chapman come una specie di liceale capriccioso. Il dialogo tra lui e Chalamet al cospetto delle milizie, nel quale Chapman mette il broncio perché il fratello gli ha tolto gloria e visibilità, sarebbe potuto avvenire con le stesse modalità e linee di dialogo in una qualsiasi serie tv adolescenziale americana, magari per il ruolo di quarterback nella squadra della scuola o per invitare la reginetta della classe al ballo di fine anno; non sarebbe cambiato praticamente nulla. Chalamet poi, l'idolo delle masse, per me rimane un gran mistero, non capisco quanto della sua fama sia dovuta alla bellezza e quanto alla bravura, poiché ad esempio in questo Il Re di fatto ha una gamma espressiva con varianti che si contano sulle dita di una mano e si limita a lunghissimi silenzi e sguardi lugubri.
Molto affascinante tuttavia la figura di Enrico, roso da una quantità indicibile di sentimenti negativi (rabbia, ribellione, rassegnazione, disillusione, orgoglio, senso di sconfitta, indole da bastian contrario) il quale, passo dopo passo, vede confermate tutte le sue istanze negative e pessimistiche sull'esistenza. Enrico detesta il padre ma è costretto al suo capezzale quando sente (suo malgrado) di appartenere tanto al genitore quanto al suo regno; cerca di essere un buon re ma è costantemente perseguitato dal passato dissoluto, che gli viene continuamente rinfacciato; non si fida dei suoi uomini e ne verrà tradito; decide con caparbietà e autonomia, per poi scoprirsi incapace di sottrarsi alle stesse manipolazioni che suo padre prima di lui aveva subito. Ed anche l'amore per Caterina di Valois (una insopportabile Lily-Rose Depp dal taglio iper femminista) non porterà alcuna luce nel mondo disegnato da Michôd per Enrico, bensì aggiungerà amarezza ad amarezze. Né si può propriamente parlare di amore tra i due, al massimo una leggera simpatia. Una prospettiva nichilista e senza speranza che rende il film sicuramente intenso ma, in ultima analisi, anche molto oneroso per lo spettatore.



