Per essere il 44° film in carriera di un regista 86enne, L'Orto Americano fa veramente impressione e lascia esterrefatti. Ancor prima di stabilire se la pellicola sia o meno di proprio gradimento non si può non coglierne oggettivamente la grande maestria e professionalità realizzativa. Non c'è da stupirsi, la mano di esperienza c'è tutta, Avati è un maestro riconosciuto e premiato, e la lucidità nonché l'ardore quasi fanciullesco con i quali continua a macinare idee e titoli è ammirevole. Scendendo più nel dettaglio occorre aggiungere che L'Orto Americano si fregia di un coraggioso bianco e nero, oscilla tra Stati Uniti ed Emilia Romagna, si aggiunge al filone del cosiddetto gotico padano inaugurato proprio da Avati. Il film è un'opera a se stante, non mutua pedissequamente gli elementi del filone, eppure allo stesso tempo vi appartiene. Il senso di ansia, di inquietudine persino di angoscia assale innegabilmente lo spettatore. C'è qualcosa di impalpabile, di volutamente arcano, di irraccontabile fino in fondo, c'è del mistero che deve rimanere irrisolto. Perché irrisolto è il protagonista, un romanziere abituato a inventare storie e a parlare con i morti, i suoi morti, i parenti che porta ovunque e che lo ispirano. Basta una visione (realmente accaduta o trasognata?) perché l'intera vita del protagonista - che non ha un nome, meravigliosamente aleatorio come il personaggio di una pagina scritta anziché della realtà - prenda una determinata direzione. Passerà due volte da un manicomio, ma anche quando sarà fuori da quelle mura la sua capacità di comporre i pezzi della realtà circostante rimarrà suppergiù la stessa. Attorno a lui accadono cose, o perlomeno lui le colloca fuori di sé. Avati ha gioco facile a posizionare personaggi, situazioni e fatti in maniera tale che lo spettatore sia sempre in bilico tra verità e illusione, come lo stesso Filippo Scotti, con quella faccia stralunata, perfetta, alienante.
Come sovente accade con i film di Kubrick, pieni di livelli e piani di lettura, anche in questo caso c'è chi si è divertito a raccontare il metacinema che soggiace a L'Orto Americano. Lo ha fatto Raffaele Meale su Quinlan, in una recensione che vi invito a leggere. Scopriamo così che la casa nell'Iowa dove Scotti si trasferisce per scrivere il suo romanzo è quella appartenuta ai Beiderbecke di Bix, il trombettista jazz sul quale nel 1991 gira un film. Gli Avati la comprano e ci ambientano anche Il Nascondiglio (2007), thriller che aveva a che fare con omicidi seriali e follia. Ci sono riferimenti alle vicende del Mostro di Firenze e ci sono continui riferimenti al tema del doppio e della contrapposizione in tutto il film. L'Orto Americano è aperto a molteplici interpretazioni, lo stesso finale può condurre in molti luoghi diversi - SPOILER: il fatto che Scotti riveda Emilio Zagotto (Roberto De Francesco) proprio alla casa dove si presume si sia rifugiata la sua amata Barbara, potrebbe far pensare che il pluriomicida l'abbia uccisa a suo tempo proprio in quel luogo e vi sia tornato quasi compiacendosi sadicamente della presenza di Scotti, che dopo essere finito in sanatorio per colpa di Zagotto, se lo ritrova davanti sornione e ghignante. Io so che tu sai.
Ma non ha poi molta importanza che Barbara sia viva o morta, perché la ragazza è il graal di Scotti, è il motore della sua avventura, della sua ascesa o discesa nelle tenebre, sta allo spettatore decidere e soppesare cosa sia accaduto e che valore gli vada attribuito. Quel che è certo è che Avati accarezza i fotogrammi in ogni modo, con la sua macchina da presa, con il suddetto bianco e nero dal sapore quasi espressionista, con gli improvvisi avvitamenti ai limiti dell'horror del film (le case notturne, l'orto, i vasi con le mutilazioni umane, i morti che non muoiono, etc), con un cast davvero pregevole e centrato, con delle musiche molto particolari firmate da Stefano Arnaldi e gli effetti speciali di un veterano come Sergio Stivaletti. L'Orto Americano mantiene tutta la nostalgia e l'ossessione che da sempre accompagnano i lavori di Avati, è un film onirico e poetico al contempo, tutto fuorché un lavoro conservativo e pigro di un regista diversamente giovane. Assolutamente lodevole il minutaggio contenuto, in questo Avati è sempre stato consapevole che per raccontare una bella storia convincente non occorre darsi le arie da grande autore e sbrodolare per ore sullo schermo. Quando un'idea è potente vive della propria intensità non della sua durata.



