Voto Di Castità

Voto Di Castità
Voto Di Castità

Se fossimo a scuola la prima domanda che vi farebbe la professoressa (Michela Miti, o Lilli Carati, è chiaro) sarebbe: "Perché è importante Voto Di Castità?" E voi dovreste rispondere, avendo leopardianamente studiato la materia in modo matto e disperatissimo: "Perché è il film nel quale si incontrano Joe D'Amato e Laura Gemser, i quali da questo momento in poi avvieranno un sodalizio artistico che li vedrà legati per moltissimi film, tra i quali il ciclo di Emanuelle Nera". E così vi sareste guadagnati un bel 7 e 1/2 sul registro.

Voto Di Castità nasce inizialmente col titolo Il Seminarista, e presenta una scena d'apertura piuttosto provocatoria, nella quale all'interno di un convitto ecclesiastico si allude ad amorazzi omosessuali. La ghigliottina della censura si abbatté come una furia moralizzatrice su cotanto ardire, e D'Amato dovette cambiare il titolo al film e rimontare la parte iniziale, espungendo l'omosessualità tonacale (che pure rimane suggerita). Il film diventa quindi Voto Di Castità e narra le vicende di una famiglia squinternatissima dove il nonno (Jaques Dufilho) è un ex tenutario di bordelli, malaticcio e perennemente circondato dalle baldracche oramai attempate, mamma e papà sono rispettivamente una gran mignottona (Gillian Bray) e una sorta di entomologo ricercatore rincoglionito (Gastone Pescucci) più interessato alla vita delle formiche che a quella intima della moglie. Infine il figlio (Enzo Colajacono), un ragazzo che intende farsi prete, che è ancora vergine, e sul quale invece il nonno puntava assai per un "passaggio di consegne". Al clan si aggiunge un imbranato medico di famiglia (Francesco Mulè), gelosissimo della Bray, la cameriera Laura Gemser, pure lei piuttosto "aperta" sentimentalmente, e una dolce ragazza innamorata di Colajacono, ovvero Sofia Dionisio, sorella minore di Silvia.

Dufilho fa una doppia parte, il nonno puttaniere infatti ha un fratello sacerdote, Dufilho così può svariare da un estremo all'altro, recitando il nonno come una sorta di Louis De Funès, e dando maggiore compostezza e rigore al prelato. Nel mezzo tutte le tipiche situazioni da pochade familiare, con annesse tette ballonzolanti e guepierre in bella mostra. La Bray, ex ballerina delle Bluebell, si è vista poco al cinema, un peccato perché meritava tantissimo; qui è una sorta di incrocio tra Dagmar Lassander e Lisa Gastoni, roscia, burrosa, molto sensuale. La Gemser è al suo primo film, strappata alla carriera di modella, viene spogliata e buttata dentro al film. Come mi è già capitato di dire altre volte, il fisico ai limiti dell'anoressia della Gemser non mi appassiona granché; dotata di un volto bellissimo, e di un fascino indubitabilmente esotico, agita quel mucchietto d'ossa al cospetto di Colajacono, inscenando un balletto che dovrebbe sedurre il giovane ma che pare la mazurka di Pinocchio. Inguardabile. Se nel contesto erotico dei vari Emanuelle si trova perlomeno più a suo agio, e viene aiutata dalle atmosfere nelle quali il suo personaggio libertino è immerso, in una commedia scollacciata come Voto Di Castità perde senza appello il confronto con le rotondità della Bray. Splendida pure la Dionisio junior, con un seno che rasenta la perfezione.

Il film non è gran cosa, carino, allegrotto, sexy quanto basta, non è un passaggio memorabile della commedia erotica italiana magari, ma si guarda con piacere, per via del suo brio e delle sue grazie muliebri. Talvolta D'Amato si lascia andare troppo alla demenzialità (vedi le esplosioni in stile Will Coyote che capitano a Mulè e Pescucci, o anche la figura dell'elettricista), oppure ancora le zuffe familiari ai limiti della comica di Benny Hill; situazioni a cui di colpo fanno da contraltare parentesi dal forte accento erotico, come il sogno "drogato" di Colajacono (con la Bray sempre nuda e financo in atteggiamenti saffici) o il flirt spiato dal buco della serratura sempre tra Colajacono e la Dionisio. Soggetto e sceneggiatura di George Eastman/Luigi Montefiori, il quale in un'intervista racconta il suo rapporto di amore/odio con D'Amato, facendo contestualmente riferimento ad alcuni aneddoti piuttosto indicativi del gran talento di Massaccesi ma, al contempo, del suo modo un po' arruffone e "un tanto al chilo" di concepire il cinema.

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