Andrea di Stefano è un attore con una ventina di film nel carniere, alcuni davvero notevoli per importanza, al di là dei gusti personali, come Il Principe Di Homburg di Bellocchio (1997), Il Fantasma Dell'Opera di Argento (1998), Almost Blue di Infascelli (2000), Hotel di Figgis (2001), Cuore Sacro di Ozpetek (2005), Vita Di Pi di Ang Lee (2012). Esordisce alla regia con Escobar (2014) coproduzione internazionale con Benicio Del Toro, poi il poliziesco anglosassone The Informer (2019), quindi L'Ultima Notte di Amore, con Favino. Non è insomma un autore improvvisato e lo si vede osservando anche solo l'aspetto formale del film. Girato in pellicola, praticamente nessun effetto digitale, fotografia curatissima, perlopiù notturna, grande attenzione alla colonna sonora - a cura di Santi Pulvirenti - che nel main theme che appare sui titoli di testa cita fin troppo vistosamente le musiche dei poliziotteschi italiani (in particolar modo Italia A Mano Armata di Franco Micalizzi). Il film si prende i suoi tempi, ha un tono noir marcatissimo, un senso di malessere avvolge lo spettatore da subito e non lo molla più fino alla fine. L'Ultima Notte Di Amore (riferita a Franco Amore, il personaggio di Favino, ad una notte dal suo pensionamento dopo 35 anni di servizio) è un buon film? Direi di si, fatto con maestria, è sicuramente cinema di qualità, perlomeno a livello realizzativo. Tuttavia rispetto al coro quasi unanime di entusiasmo mi sono trovato su una posizione meno allineata.
Favino è un grande interprete. Forse è diventato sin troppo grande, al punto tale da mangiarsi i film che fa. E' l'effetto che suo malgrado deve scontare per essersi così tanto sovraesposto, non solo per le sue innumerevoli interpretazioni, ma anche per il suo presenzialismo mediatico fatto di esternazioni e massime esistenziali. Favino, che lo voglia o no, è oramai un divo, ed esattamente come capita con Angelina Jolie o Tom Cruise, diventa sostanzialmente impossibile non cadere nella trappola di vedere Favino che di volta in volta interpreta un personaggio, anziché il personaggio in sé nella sua neutralità e pura essenza. Franco Amore è la sua fisicità, il suo repertorio di facce, di sguardi, di espedienti attoriali, di manipolazione della voce. Questo non è colpa di Di Stefano né del film, ma dello status dell'attore italiano contemporaneo più celebrato, averlo in cartellone è un onore ma comporta con sé anche delle insidie. Se possibile l'ingombro è ancora più evidente in una pellicola come questa, con personaggi "piccoli" che devono muoversi all'interno di una storia "grande" e tragica, pensata anche in omaggio al vecchio cinema di "genere" italiano.
Altro espediente è quello del dialetto, tutti i personaggi hanno una fortissima inflessione dialettale; dal Meridione alla Cina, non c'è un singolo attore che non biascichi un accento di difficile comprensione. A tratti si rimpiange la mancanza dei sottotitoli. Avrebbe inficiato così tanto la storia avere dialoghi meno caratterizzati regionalmente? Avremmo perso in verismo, in autenticità, in drammaticità e, aggiungo io, in patetismo? E ancora, tutti i personaggi sono fortemente disagiati, Amore, sua moglie (Linda Caridi), il cugino della moglie (Antonio Gerardi), lo sgherro col quale questi si accompagna, Dino (Francesco Di Leva) il collega di Franco, poliziotti e carabinieri corrotti che muoiono in mezzo a una strada per due soldi, e i cinesi, tutti delinquenti, trafficanti e mafiosi. Non si salva nessuno, a partire dal mite Amore, ritenuto dai colleghi un debole perché non ha mai sparato in 35 anni di carriera, e convinto egli stesso di essere un esempio di onestà e rettitudine ma, a ben vedere, non lo è in modo così autentico. C'è insomma una costruzione, un impianto del film che tende evidentemente a mettere in risalto tutto il negativo, il dimesso, i bassifondi, nel tentativo di creare tensione e fastidio nello spettatore, un nichilismo di fondo che in qualche maniera porti ad amplificare il pathos. Un livellamento verso il basso pianificato ed attuato con tenacia e costanza ma che, una volta percepito, scoperto dallo spettatore restituisce inevitabilmente una sensazione di adulterazione, di manipolazione della storia, intesa come il più nera e avvelenata possibile, poiché tanto più lo sarà tanto più si materializzerà un sentimento di pietas ed empatia verso il protagonista.
- SPOILER: C'è poi l'evolversi degli eventi, che in tutta sincerità risulta inspiegabile in più di un'occasione. Favino lascia impronte ovunque, non basta pulire il volante dell'auto, auto che ha toccato in molte altre parti, compreso lo sportello che chiude appena dopo aver ripulito il volante. Un milione di auto assistono a ciò che accade in galleria, con Favino che spara, corre, trasporta corpi, guarda nel vuoto, fa esplodere l'auto e quant'altro per diversi minuti di traffico intenso. Possibile che durante le indagini nessuno agganci le celle telefoniche dello smartphone di Amore e lo collochi nel luogo del crimine, all'ora del crimine? Ma forse la cosa più eclatante di tutte è il finale, quando Favino risponde in faccia al monarca criminale cinese che lui i diamanti se li terrà, perché è giusto così dopo ciò che ha subito quella notte, e anche perché una volta tanto vuole sentirsi un Robin Hood. E il capo della mala cinese muto, lo guarda e lo lascia andar via, accettando senza batter ciglio di sacrificare una partita di diamanti in nome del discorso etico e morale del poliziotto Franco Amore Favino, che sappiamo avergli salvato la vita in passato, ed evidentemente questo deve bastare ed avanzare allo spettatore per accettare il comportamento compassato di Mr. Zhang. Molto bella la scena finale, quando Amore conclude il turno e dà l'addio ai colleghi dalla radio della macchina con l'ultimo "passo e chiudo". Un momento commovente (ma non patetico), spezzato dal sopraggiungere di una figura nera verso la macchina di Amore, forse Zhang ci ha ripensato. Titoli di coda.



