Diabolik – Chi Sei?

Diabolik – Chi Sei?
Diabolik – Chi Sei?

Terzo e ultimo capitolo della trilogia manettiana, plasmata dai Manetti stessi naturalmente sulla scorta dell'omonimo fumetto delle sorelle Giussani. Anche questo episodio come i precedenti si rifà ad un preciso albo edito da Astorina, il numero 107, e si incarica di riportarci alle origini del mito, quello di Diabolik. Qual è il suo passato, qual è la sua storia, da dove derivano le sue capacità ai limiti dei super poteri, in sostanza chi è davvero Diabolik? Forti di una formula oramai rodata e affinata regia dopo regia, i fratelli capitolini confezionano una pellicola che non si discosta granché dalle precedenti, evidenziandone dunque i medesimi pregi (pochi) ed i medesimi difetti (tanti). Continuo ad avere una forte idiosincrasia con la recitazione della Leone in particolare, non perché l'attrice non sia brava ma perché il taglio dato ad Eva Kant è quasi insopportabile. Una macchina di seduzione in servizio permanente effettivo, 124 minuti dura il film e 124 minuti durano gli sguardi ammalianti della Leone, le sue movenze da passerella, il suo chignon impeccabile, i suoi sguardi penetranti da gazzella imprendibile (tranne che per Diabolik, che del resto è una pantera nera, quindi un predatore per eccellenza). Basti guardare la scena della camera d'albergo, nella quale la Leone sostiene un dialogo con Gianniotti seduta sul letto; la sua postura rigidissima e innaturale, ed il modo altrettanto teatrale con il quale si alza e cammina, smontano qualsiasi speranza dello spettatore di poter credere ed immedesimarsi in una storia all'insegna della verosimiglianza, è parossismo teatrale o peggio, una sfilata di moda. Anche meno. Al confronto Monica Bellucci (nei panni della contessa di Vallenberg) pare la quintessenza della naturalezza e della genuinità, e di solito non viene esattamente ricordata per quello. Decisamente meglio Gianniotti che se nel secondo film aveva dovuto scontare la difficoltà fisiologica di raccogliere in corsa il testimone di Diabolik lasciato da Marinelli; in questo terzo capitolo si rivela molto in parte, efficace e convincente.

La regia alterna parecchie chiavi nella messa in scena, dal montaggio fumettistico (con schermo frazionato), al bianco e nero per quella parte di storia raccontata in forma di flashback. Tanto, troppo... per troppo poco. A tratti i Manetti sembrano ritenere di essere impegnati in un articolato e complesso franchise alla James Bond ma Diabolik si rivela molto meno e dunque tutta quell'artiglieria tecnica ed estetica suona fine a se stessa, virtuosismi che non hanno sufficiente materia da supportare e da elevare a potenza. L'uso delle musiche è più invadente del solito, c'è una canzoncina per ogni occasione e, al di là dei gusti musicali, questa insistenza si mangia il racconto. Ginko torna a casa e in sottofondo c'è una specie di Ginko song a sottolinearne ogni minimo suo gesto; c'è un che di imbarazzante, di involontariamente ridicolo. La band di rapinatori fa un po' Magliana, per il look molto scapestrato anni '70, decisamente in conflitto con il formalismo precisino dell'immaginaria Clerville. La cadenza emiliana del napoletano Massimiliano Rossi (che interpreta l'avvocato Manden) non ha una spiegazione, come non ce l'ha la scelta del solitamente abbottonatissimo Diabolik di raccontare la propria storia per filo e per segno a Ginko semplicemente perché lui gliel'ha chiesta. Anche l'alleanza tra ragazze tra Eva e Altea è sugellata in modo alquanto sbrigativo. Non mi è piaciuto nemmeno il boss interpretato da Paolo Calabresi ma diciamo che il taglio fortemente fumettistico deve perlomeno beneficiare dell'attenuante che siamo in un fumetto (anche se una trasposizione cinematografica non è esattamente la stessa cosa e non dovrebbe essere una banale sovrapposizione).

Continuano ad esserci facilonerie imperdonabili che non si giustificano nemmeno con l'alibi del fumetto, mi riferisco ad esempio al cofano della Jaguar di Diabolik crivellato di colpi di mitra e pistole dei malviventi, e che nella scena dopo è miracolosamente intonso. Per non parlare di quando l'auto si trasforma in una specie di macchina della banda Bassotti per superare dei piloni stradali. Disarmante inoltre la facilità con la quale Eva ed una non esattamente atletica e giovanissima Altea penetrano nella villa dei criminali e li riducono all'impotenza, un gioco da ragazzi, peccato che il grande Diabolik ed il "poliziotto più importante di Clerville" fossero invece sul punto di morire per mano di quei rapinatori. La contessa Wiendemar è Barbara Bouchet, non sfuggirà l'assonanza del nome con la celebre contessa (Serbelloni Mazzanti) Vien Dal Mare di fantozziana memoria. Rimane adesso la curiosità di capire se questa saga avrà un seguito e se verrà presa in carico da altri registi, vista l'apparente indisponibilità dei Manetti a proseguirla. Col senno di poi, dopo aver visionato tutti e tre i titoli, devo dire di essere rimasto più deluso che soddisfatto, Diabolik per qualche motivo gira a vuoto e l'indiscutibile valore dei Manetti, la loro maestria tecnica, non sono bastati a renderlo accattivante e a dargli profondità e plausibilità. Almeno a me ha fatto questo effetto. Ho apprezzato singole trovate, il coraggio di gettarsi in un'impresa del genere e riconosco un qualche magnetismo della messa in scena, ma ci sono davvero troppe cose che non girano a dovere per i miei gusti.

Trailer ufficiale

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