Suo malgrado Conclave è diventato praticamente un instant movie, uno di quei film fatti nell'immediatezza di un accadimento del quale cercano di sfruttare pubblicità, curiosità del pubblico e possibilmente ricavi. Ma Edward Berger e ancora di più il suo sceneggiatore Peter Straughan non potevano certe immaginare che nei giorni in cui Conclave sarebbe stato in sala il pontefice sarebbe realmente deceduto e il consesso cardinalizio sarebbe accorso a Roma per chiudersi appunto a conclave ed eleggere il successore del Santo Padre. Questo ha indubbiamente finito col trasformare la pellicola di Berger nel film del momento, sicuramente giovando agli incassi. Ciò che accadeva nei fotogrammi si verificava pressoché in differita sotto la cappella Sistina, il mistero del conclave si compiva per l'ennesima volta. Al netto della strabiliante coincidenza tuttavia, Conclave si rivela un film purtroppo deludente, nella sostanza più che nella forma. L'ambientazione ecclesiastica (espressa al suo massimo livello) è opulenta e trionfale, non di rado le immagini tradiscono eco sorrentiniane, mi riferisco ad esempio alle scene del continuo andirivieni di cardinali e suore, con ombrelli bianchi, attraverso colonnati di un bianco accecante, su e giù per le scalinate, mentre formano composizioni geometriche che squadrano lo schermo in ogni modo. Poi ci sono i dettagli del Giudizio Universale di Michelangelo, il lusso delle tonache porporate, una fisiologica ieraticità dei movimenti, gli sguardi e i silenzi carichi di enfasi ed aspettative, la vastità degli ambienti, il divino che aleggia sulle teste dei personaggi. Su di un piano più prosaico la vicenda narra di una lotta di potere tra uomini con svariati rovesciamenti di fronte e fazioni; uomini contro uomini alimentati dalle proprie ambizioni, dalle proprie paure e idiosincrasie. La nostra guida attraverso questa selva dantesca è il cardinale Lawrence (Ralph Fiennes), decano e gran direttore d'orchestra. Ha il suo candidato d'elezione, Bellini (Stanley Tucci), ma sono in diversi a contendersi il trono, primo fra tutti l'arcinemico di Bellini, il cardinale Tedesco (Sergio Castellitto), le cui posizioni sono retrive e reazionarie.
Berger gioca i suoi dadi oscillando tra un thriller moderato, sussurrato, riflessivo, e il dramma; dopotutto stiamo parlando dell'elezioni di un papa, difficile immaginare qualcosa di più statico, con cento e passa cardinali isolati dal mondo e perennemente impegnati ad effettuare votazioni e scrutini nel chiuso della pur meravigliosa cappella Sistina. Tuttavia accadono molte cose, colpi di scena, ombre disvelate, persino esplosioni, ed un plot twist finale che imprimerà la direzione alla scelta del futuro vicario di Dio sulla terra. La visione anglosassone del cattolicesimo romano è alquanto stereotipata (il film è un adattamento del romanzo del britannico Richard Harris) e sensazionalistica, prevede tutto il repertorio che Hollywood ama immaginare riguardo ad un'elezione pontificia che fa assomigliare Conclave più a Il Codice Da Vinci che alla procedura di nomina di un nuovo pontefice. Non aiutano i dialoghi, non di rado banali e di scarso peso specifico. Mi riferisco in particolare ai confronti ripetuti e serrati tra Tucci e Fiennes, ma soprattutto allo scambio apocalittico che ha luogo in un momento pregnante del film tra Castellitto e Carlos Diehz, affatto secondario nell'economia della vicenda. Castellitto rasenta l'orticaria, non è l'attore ad interpretare il cardinale quanto piuttosto pare dover essere il personaggio a mettersi al servizio dell'attore. Una figura gigiona e talmente cucita addosso a Castellitto da non consentire minimamente di vedere la maschera, bensì unicamente Sergio Castellitto che fa Castellitto, col retrogusto capriccioso e provocatorio di recitare battute sarcasticamente antitetiche (in termini culturali e politici) a quelle che lo stimato attore italiano pronuncerebbe pubblicamente. Profili di un certo lignaggio come John Lightgow e Isabella Rossellini si prestano invece a ruoli tutto sommato ancillari, che vanno decisamente stretti al valore e al carisma dei due.
Alla fine della fiera Conclave è un po' una "americanata" sparata grossa, per quanto cerchi di darsi un tono aristocratico, elegante e assai estetizzante. E badate bene, non mi interessa minimamente il fatto che ci siano inaccuratezze procedurali, come segnalato dai più attenti vaticanisti. Per esigenze drammaturgiche e narrative Conclave aveva il diritto di prendersi qualsiasi licenza poetica ritenesse opportuna; è proprio lo spessore del racconto ad essere quello di una montagna che partorisce un topolino, e che oltre una discreta vena recitativa e una fotografia di livello (pettinata da musiche sin troppe pretenziose) non sembra riuscire ad andare. Ben otto candidature agli Oscar (statuetta per miglior sceneggiatura non originale) e sei ai Golden Globe (un globo aggiudicato per lo stesso motivo), segno che Oltreoceano l'impostazione di Conclave è risultata accattivante e convincente pur nella sua superficialità.



