Canepazzo

Canepazzo
Canepazzo

David Petrucci, filmaker molto attivo, con una formazione londinese ultra decennale, autore di videoclip, spot pubblicitari, corti, documentari e web series, arriva al suo primo lungometraggio con Canepazzo (e per il 2014 ne sono in cantiere già altri due). Non ho idea se il film sia uscito in sala poiché come è noto, da qualche tempo, la genitorialità mi preclude una frequentazione assidua del grande schermo, tuttavia il film è tranquillamente godibile in dvd (distribuito da Eagle Pictures). 80 minuti che vanno diritti al punto senza perdersi troppo in rivoli laterali; non dico asciutti e sobri perché il film fa ampio uso di un'estetica ridondante e di una recitazione tutt'altro che austera, formale ed essenziale. La storia, che prende spunto da un caso di vera cronaca americana, ruota attorno ad un serial killer che miete vittime a ripetizione, per poi suicidarsi nel 1986. A distanza di decenni, il figlio di uno dei caduti (il diciassettesimo) indaga sui fatti di allora, non del tutto convinto che il pazzo si sia effettivamente tolto la vita. Per portare avanti le sue ricerche si appoggia ad un criminologo che ha approfondito il caso, il quale a sua volta gli rivela le preziose informazioni raccolte da un giovane all'epoca dei delitti. Le uccisioni sembrano apparentemente slegate l'una dall'altra, le vittime designate sembrano casuali, non pare esserci movente se non la follia sanguinaria, ma ovviamente non tutto è come sembra. Il rapporto tra il giovane ed il criminolo assume da subito i connotati di una sorta di sfida, un conflitto di personalità, con il primo mosso da una sete di giustizia (e vendetta) ed il secondo quasi affascinato dalle gesta del maniaco. Lo spettatore rivive i racconti in chiave di flashback, intervallati da continui ritorni alla realtà, nel tranquillo e pacifico studio del criminologo.

Il film ha svariati motivi di interesse ma anche dei difetti a parer mio. Assolutamente gradevole, soprattutto considerando che si tratta di un'opera prima, pure al netto di tutta l'esperienza "underground" di Petrucci (che sul suo sito sventaglia paragoni ricevuti con Soderbergh e Rodriguez); interessante la storia, la sua affiliazione a quello che potremmo tutto sommato definire "cinema di genere", le comparsate stuzzicanti di Franco Nero e Tinto Brass, il look ricercato, personale, curato delle immagini. Non sono rimasto troppo convinto della recitazione, non perché gli attori siano cani ma perché, per loro iniziativa o per esplicita richiesta di chi li ha diretti, il risultato è troppo affettato, calcato, teatrale. Questo ha comportato degli effetti collaterali, ovvero che immediatamente ho individuato l'assassino. La furbizia dei gialli all'italiana dei '70 (ben inteso, qui non si imita il giallo all'italiana che fu) era quella di presentare una pletora di personaggi in modo fintamente "qualunque", understatement, capitati davanti alla MdP quasi per caso, così da costringere lo spettatore a lavorare, accumulare indizi ed impressioni per smascherare il colpevole prima che il regista lo svelasse apertamente. Petrucci fa il contrario, mette in campo personaggi sempre ammiccanti, ambigui, che inevitabilmente richiamano su di sé l'attenzione; così facendo il sospetto arriva troppo presto e, quel che è peggio, viene poi immancabilmente confermato dalla risoluzione degli eventi. Per non spoilerare non proseguo oltre ma posso dire che i due colpi di scena che Canepazzo riserva li ho ampiamente "annusati" per tempo, il che toglie mordente al film. Un po' improbabile pure il personaggio di Amina, figlia di un boss, sorta di principessa dark molto caratterizzata esteticamente ma anche poco calata nella storia, la sua è una figura elegante e sfumata ma sostanzialmente avulsa dal resto del film, quasi messa lì tanto per abbellire. Anche l'uso di luci colorate ricalca un po' questa filosofia ma, considerando i precedenti dei vari Bava e Argento, abbiamo imparato a comprendere che simili vezzi autoriali possono concorrere fattivamente alle atmosfere di un film.

Il finale, a colpi di scena avvenuti, chiude in modo sin troppo "normale" la storia, in controtendenza con i virtuosismi e la psichedelia visiva che a cui ci eravamo assuefatti per 80 minuti. Tinto Brass e Franco Nero recitano per pochissime pose, riservandosi il ruolo di "caratteristi", due personaggi congeniali all'indole di entrambi. Nero in particolare pare un po' inchiodato alla figura del pazzo profeta visionario negli ultimi scampoli di carriera che il cinema italiano indipendente gli sta concedendo. Tra le partecipazioni autorevoli pure Myriam Catania, Franco Trevisi (il boss di cui sopra), Marco Bonetti e, secondo me, pure Micaela Ramazzotti, sebbene non accreditata (la mamma mora del giovane Marco Costa - alias Gian Marco Tavani - non è forse lei?).

Trailer ufficiale

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