Pensieri Pericolosi

Pensieri Pericolosi
Pensieri Pericolosi

Pensieri Pericolosi appartiene appartiene a quel filone cinematografico americano che, carsicamente, è affiorato di tanto in tanto nelle sale dello zio Sam, e che fondeva il giovanilismo scolastico disagiato (ceti poveri, scuole pubbliche, lotta tra gang) con il problema dell'immigrazione e/o mancata integrazione delle etnie afroamericane e latine nella terra delle mille opportunità promesse dalla Statua della Libertà. Dal Sidney Poitier de La Scuola Dell'Odio (1962) al James Belushi di The Principal (1987), passando per decine di pellicole tra le quali Classe 1984, sono stati diversi i titoli a fare dei banchi di scuola il centro della faccenda, e non per amorazzi adolescenziali o confraternite sporcaccione alla Porky's. Pensieri Pericolosi recupera il filone quando questo pareva abbandonato (perlopiù deposto col volgere del decennio del Grunge). Lo spunto deriva dall'autobiografia "My Posse Don't Do Homework", scritta da LouAnne Johnson (il personaggio interpretato da Michelle Pfeiffer), ex marine in congedo che insegnò in una classe di un liceo statale californiano. La sua classe era "speciale" (leggi: bassissimo tasso socio-economico-culturale), di quelle che vedono un'alta incidenza di abbandoni, sia da parte degli studenti che del corpo insegnate (e spesso per esaurimento nervoso o violenze subite). Pur con delle differenze dovute ad esigenze di drammatizzazione, il libro della Johnson viene sostanzialmente ripercorso dal film che, almeno negli States, ebbe un discreto successo. Qui da noi venne visto con sufficienza e un po' di snobberia, in parte a torto in parte a ragione.

E' vero che lo stereotipo regna facile tra i personaggi e le situazioni del film, ma è anche vero che nelle scuole pubbliche americane quello che succede assomiglia moltissimo a quello che viene rappresentato in Dangerous Minds. Cliché e stereotipi sono gli imperativi categorici, i doveri, gli obblighi a cui il giovane messicano, portoricano, afro-americano deve rispondere per essere "integrato" in un mondo che prevede ruoli ben precisi. Quello delle gang, dei "fratelli", quello fatto di codici, leggi "morali" e scelte d'onore. E' un po' come vedere un videoclip di Snoop Dog, Ice-T, 50 Cents e similia, vi sembrano un'accozzaglia di pantomime, coreografie e stereotipi grossolani nonché volgarotti? Ecco, però nel mondo dei "niggers" del ghetto supa-dupa-yo-ho funziona suppergiù proprio in quel modo, con le canotte, i cappellini con la visiera, gli ammortizzatori della auto pompati (anzi "pimpati") a manetta, le catenone esibite, le mucche col sedere che fa provincia che twerkano alla Miley Cirus, e tutto il repertorio di Mtv. Ciò premesso per dire che è abbastanza facile etichettare Dangerous Minds come un prodotto di maniera, ma la verità sta nel mezzo; il film in parte lo è, ma in parte è piuttosto attinente ad una certa realtà americana. Le critiche da muovere dovrebbero essere più "tecniche", più strettamente di sceneggiatura. Ad esempio, i ragazzi della classe della Johnson partono come la peggior feccia possibile, scapestrati, aggressivi, sbruffoni, crape vuote; a metà film sono già degli angioletti remissivi, innamoratissimi della loro docente e sempre disposti a riflettere, offrire chance e pentirsi dei cattivi comportamenti, una maturazione troppo plateale, troppo innaturale. Questa l'incongruenza più vistosa, ma non l'unica.

Michelle Pfeiffer ha un viso d'angelo ed al contempo cerca di fare la dura (del resto è un ex marine in congedo). Quindi indossa stivaloni a punta, giubbotti di pelle e più in generale un abbigliamento dimesso e un po' cencioso, con giacche che le stanno abbondanti, maglioncini molto Seattle style e gonne a fiori tipo bella lavandaia. La femminilità della Pfeiffer non viene affatto curata (salvo per il make-up, il capello sempre a posto e gli orecchini), il che in fondo è giusto, sarebbe stato assurdo vedere una Paris Hilton in un contesto del genere. Non torna molto il fatto che per tutto il giorno si nutra di snack al cioccolato, patatine alla paprika e junkfood e poi conservi una linea da ginnasta ritmica, però vabbè. Più dei ragazzi, risultano un po' piatti i personaggi di contorno, ad esempio il personale amministrativo della scuola, fatto di burocrati ottusi, persino troppo. Va meglio con il collega mentore della Pfeiffer (George Dzundza), che però ha proprio la funzione della spalla amica su cui piangere. I ragazzi hanno le facce giuste, alla maniera pasoliniana, e tutto sommato sono l'elemento meno debole del film. Pensieri Pericolosi lo vidi al cinema nel '95, poi recuperato in tv. Non è un capolavoro ma è meno disastroso di quello che avete letto o sentito in giro. O comunque sia, per qualche motivo, a me ha sempre fatto simpatia, tanto da diventare un piccolo culto della gioventù benbowiana. A suo modo fece un pochino epoca anche per la theme song curata da Coolio, quel "Gangsta's Paradise" che andava in heavy rotation praticamente ovunque (vinse un Grammy), e che ben coglie il clima che si respira nel film. Nella storia muore un solo personaggio, quello di Emilio (Wade Dominguez), il quale 4 anni dopo morì per davvero a causa di una crisi respiratoria sulla quale vennero forniti pochi ed evasivi dettagli. Pensieri Pericolosi generò uno spin off televisivo, con Annie Potts nel ruolo della professoressa Johnson; 17 episodi tra il '96 e il '97 trasmessi dal network ABC.

Trailer ufficiale

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