La seconda metà degli anni '60 per Brass sono un lustro tiratissimo, un periodo nel quale tutta la sua vis libertaria, anarchica, contestatrice, ribelle e disordinata deflagra senza argini attraverso una serie di pellicole borderline nelle quali Brass si mette alla prova e contemporaneamente testa anche il suo pubblico. L'Urlo - come quello di Munch - esplode in pieno volto degli spettatori, anche se accadrà anni dopo rispetto alla sua effettiva realizzazione, poiché grazie ai consueti problemi censori che accompagnano da sempre Brass, le sale ospiteranno le proiezioni solo a partire dal 1974 (con annesso divieto ai minori di 18 anni). L'Urlo è trasgressione visiva e concettuale ed è un film-non-film, si tratta quasi più una rutilante espressione di montaggio che di narrativa cinematografica. La cosiddetta trama si regge su pochissimi cenni, Anita Annigoni (Tina Aumont) sta per sposarsi con Berto Bertuccioli (Nino Segurini) ma lo molla sull'altare, spaventata dall'ingresso nella vita borghese che il matrimonio comporterà ("una trappola"). Scappa con Coso (Gigi Proietti), un saltimbanco senza nome che le farà da Virgilio all'interno di una surrealtà parallela, imprevedibile, totalmente priva di baricentro, di orizzonti e punti di orientamento, un mondo onirico e visionario che i due attraversano, spesso rischiando anche la pelle. Il mondo dell'Urlo è violento, confusionario, irrequieto, ostico, perversamente ironico. Brass rifugge la linearità della logica, alla quale fa una guerra aperta (con una battuta messa in bocca a Proietti). Anita e Coso si imbatteranno in tutte le etnie, le classi sociali, tutte le possibili declinazioni del genere umano, tra maschere animali, nudità, uniformi da carcerato, da poliziotto, da prete e chi più ne ha più ne metta. E' davvero difficile addentrarsi nella giungla così esuberante e provocatoria di Brass, fatta di corpi nudi, di un flusso di parole ininterrotto che salta dal non-sense a veri e propri proclami politici. Qua e là ci sono dei passaggi caustici davvero notevoli, come quando Coso dice ad Anita che è una pessimista in quanto mora, visto che le bionde sono tali poiché sono ottimiste verso la vita, o come quando Coso rivela di avere un fratello mongoloide ("poverino"), al che Anita chiede se sia morto e Coso replica: "peggio, è ministro". Tra le righe si sente la sferzante voglia di pungere il potere da parte di Brass, anche se qui spesso e volentieri è difficile stargli al passo, sballottati a destra e a manca tra situazioni, luoghi, parole e persino tecniche visive. Si passa dal colore al bianco e nero, da immagini sporche e poco nitide ad altre improvvisamente chiarissime e scolpite (fatto salvo che stiamo parlando di una pellicola del 1970 che ha subito diverse traversie anche materiali), appaiono punti interrogativi sullo schermo e in modo inaspettato i fotogrammi sono insertati da frammenti documentaristici.
L'Urlo è un film indubbiamente potente e viscerale, anche se può sortire l'effetto di respingere chi guarda a causa della sua totale noncuranza dello spettatore, sebbene fosse stato presentato in concorso al festival di Berlino del 1970. Ci si mette alla visione a proprio rischio e pericolo. Non a caso il Mereghetti ad esempio lo classificò come una farsa velleitaria e confusa. Proietti qui abbastanza all'inizio della sua carriera cinematografica, si rivela attore estremamente duttile (ipnotica la litania del paradigma del verbo rompere: "to break, broke, borken"), più lignea la Aumont che dopotutto deve fare esattamente ciò che fa, una sorta di fatina gotica sempre stupita da tutto ciò che vede. Ci sono parentesi assai feroci, come quella della famiglia di cannibali ad esempio, l'abuso della Aumont da parte della Polizia subito all'inizio, o la decapitazione del cigno, che in quegli anni non è detto fosse un effetto scenico. E ci sono altri segmenti che possiedono una forza visiva eclatante, come quando Coso e Anita corrono lungo un muro sul quale campeggia la scritta gigantesca "il mondo è una prigione", o le varie cerimonie hippie che costellano il cammino dei due seguaci dell'anarchismo a tutti i costi. Tutta la sequenza circense non solo si abbevera evidentemente da Fellini ma prelude in qualche misura a diverse immagini che, per modalità, vedremo poi riprodotte in Salon Kitty. Ci sono le droghe, c'è la psichedelia beat, c'è il sesso, c'è pure la merda (così la chiama Coso), tutti strumenti per scardinare l'ordine costituito, l'autoritarismo, le regole, e anelare alla completa libertà. Dal su menzionato Fellini a Buñuel, Brass rende omaggio ai grandi autori e allo stesso tempo li cannibalizza e li mastica per creare la sua personale vena autoriale. Film pretenzioso o sperimentale? Dadaismo o situazionismo sgrammaticato? Nello stesso perimetro vengono evocati Hitler, Diogene, Edoardo III (attraverso il celebre motto "honni soit qui mal y pense", che poi Brass recupererà nel suo periodo erotico) e mille altre derive, tutto contemporaneamente, semi di un humus che non può prescindere dal 1968 e dalla sua controcultura. Sessant'anni dopo L'Urlo rimane un film difficile, reso ancora più farraginoso dell'enorme tempo trascorso (la contestualizzazione storica è d'obbligo), eppure sotto sotto un certo magnetismo rimane e continua ad affascinare chi si pone davanti allo schermo senza pregiudizio.



