Opera n. 22 per Roger A. Fratter, limitandosi a considerare solo i lungometraggi diretti dal regista bergamasco dal 1998. L'Osservatrice Interiore, come già il titolo e l'immagine rappresentativa del film lasciano presupporre, è una storia dai marcati accenti psicologici e metafisici, come sovente accade nella filmografia di Fratter. C'è un doppio binario di lettura, volendo persino triplo, nel percorrere ciò che ci viene raccontato. Abbiamo un rapporto uomo-donna, tanto professionale (l'artista creatore e la sua musa) quanto sentimentale (tra i due sussiste evidentemente una sintonia amorosa); c'è un legame totalmente sublimato sul piano artistico, ideale, spirituale, che trascende nel simbolismo, che diventa fusione di anime, che crea un legame di interdipendenza reciproca in grado di oltrepassare il piano materiale e salire su fino al mondo delle idee platoniche, all'immanenza di una comunione di due entità, individuali eppure compenetrate l'una dall'altra; infine c'è un piano assai prosaico dai tratti malavitosi, vagamente distopici, nei quali una cerchia di uomini dominatori caccia, imprigiona e/o reprime (a seconda delle necessità) delle prede femminili, muse, mogli, amanti, o forse semplicemente donne libere ed emancipate. Questi tre livelli giocano in contemporanea, si travasano l'uno nell'altro, si influenzano e si corrompono vicendevolmente, creando contorni sfumati ed ambigui, quegli stessi contorni sfumati che Fratter impiega filmicamente nel riprendere alcune scene (ad esempio quelle tra lui e Francesca Cavallo in un parco, dove i due giocano e si fanno dispetti secondo la loro consueta modalità di relazionarsi reciprocamente). L'artista Robert è servo e padrone al contempo della sua musa Beatrice, un nome affatto casuale se si pensa a cosa ha rappresentato Beatrice per Dante. Robert ha perso Beatrice, è fuggita, si è liberata dal giogo, ha "tradito" come lui stesso afferma con veemenza. Questa insubordinazione gli è intollerabile, di colpo Robert si trova solo, umiliato, mutilato nella sua capacità di creare. Per questo chiede all'organizzazione di don Francesco di prendere provvedimenti, trovare la donna che lui si è fatto scappare per regolare i conti una volta per tutte.
Dal canto suo Beatrice entra in una nuova dimensione, abbraccia una nuova condizione, quella dell'uccellino che ha lasciato la propria gabbia ed assapora la libertà. Uno stato non facile che le crea stordimento, senso di abbandono, oltre alla costante minaccia degli sgherri che sono sulle sue tracce, come già accaduto ad altre che prima di lei hanno compiuto a quanto pare lo stesso passo (Reiko Nagoshi). Dai dialoghi in forma di flashback tra Robert e Beatrice capiamo la complessità del loro rapporto, l'intensità di quel legame e le conseguenze dell'averlo spezzato, nel nome di un bisogno di libertà ed autonomia da parte della musa; un evidente controsenso in termini per Robert, un ossimoro, qualcosa che non può e non deve essere. Una semplice equazione ad inizio film contiene la chiave interpretativa di tutta la storia, una specie di sillogismo multidirezionale, che va avanti ma anche indietro, creando un corto circuito. Dapprima l'artista sta alla musa, tra i due c'è una sorta di parallelismo, l'artista è se stesso grazie alla musa. Dunque l'artista è la sua musa (perché è grazie ad essa che crea e addiviene alla propria essenza interiore più vera e profonda), e dunque la cosa evolve in direzione della musa; l'artista sembra entrare in uno stato di dipendenza nei confronti della propria musa, la quale passa da oggetto a soggetto, da controparte debole ad elemento forte dell'alleanza, del patto. Infine la connessione tra i due si guasta, da attrattiva e dipendente diventa respingente e disconnessa, come due polarità identiche di due calamite, laddove invece prima si attraevano poiché il campo magnetico era correttamente bilanciato.
E' una bella e arzigogolata riflessione quella di Fratter sul ruolo della musa (antica divinità femminile della religione greca, nove sorelle, figlie di Zeus e Mnemosine - la Memoria - guidate da Apollo), che implica molte sfaccettature e consente al regista di scivolare continuamente su piani narrativi diversi, dalla realtà al pensiero metafisico, mediante accorgimenti anche eleganti (penso al rumore dell'acqua che mette assieme Beatrice in vasca da bagno con il docile scorrere di rigagnoli d'acqua nella campagna dove lei e Robert si erano avventurati alla ricerca di ispirazione). Importantissime le musiche di Arianna Giuliano per la resa complessiva del film, capaci di infondere mistero e ambientazione alle immagini di Fratter. Significativa l'oscillazione tra momenti che mi hanno ricordato le note di "Suspiria" dei Goblin e quelle dei Dead Can Dance più arcani e sospesi. Quando Beatrice prende consapevolezza del suo potere, fino a diventare cosciente di poter decidere lei stessa cosa e come creare, il commento sonoro della Giuliani accarezza e contribuisce a definire un vero e proprio momento pagano nel quale Beatrice danza una danza rituale di liberazione, epifania e ascesi che la portano oltre il ruolo di "semplice" musa. Beatrice è stata liberata dall’Arte e ora è divenuta lei stessa energia creatrice. Si tratta di uno dei passaggi più magnetici del film, ovvero l'emergere della cosiddetta "osservatrice interiore", la capacità della nostra mente di osservare se stessa con distacco, estrinsecandosi da sé, riconoscendo le dinamiche interne ai propri processi ed acquisendo per questo consapevolezza. Tutto ciò si materializza davanti ai nostri occhi anche grazie alla potenza espressiva di Francesca Cavallo, attrice davvero apprezzabile che Fratter ha incontrato e portato con sé a partire da VIS - Vampire Ipnotiche Seduttrici, e poi anche ne La Cella. Ad un certo punto Robert la descrive così: "vederla girare così nelle stanze come una moglie, una donna qualunque, non annullava la sua bellezza, il suo fascino, il suo erotismo magico", ed è esattamente la descrizione che si potrebbe dare di Francesca, rara alchimia di bellezza e spontaneità, naturalezza e incantesimo, una seduzione mai volgare nonostante i molti nudi, bensì sottile ed inesorabile come il sortilegio di una strega. Ed è proprio quella l'ambivalenza più convincente e credibile che sembra derivare dai fotogrammi de L'Osservatrice Interiore, la sovrapposizione di musa e strega (o fata, nella sua declinazione più luminosa), forse la verità ultima del segreto che lega l'arte alla sua scaturigine per mezzo di qualcosa, o di qualcuno.



