Lo Chiamavano Jeeg Robot

Lo Chiamavano Jeeg Robot
Lo Chiamavano Jeeg Robot

Comunque la si pensi su questa pellicola, nel 2015 Gabriele Mainetti - regista esordiente sul lungometraggio, ma già con una discreta esperienza alle spalle sia come attore che come cortometraggista - si è conquistato un posticino nella storia del cinema italiano, (re)inventando il cinema di genere in un'epoca storica in cui pare quasi una parolaccia e nessuno più si ricorda che per decenni il nostro Paese ci ha campato sopra, erigendovi una vera e propria industria riconosciuta (celebrata) e distribuita in tutto il mondo. Il film, realizzato con contributi culturali multipli, regionali e statali, in quanto ritenuto di interesse appunto "culturale", viene generalmente accolto molto bene, a tratti entusiasticamente, sottolineando sempre l'apporto al risveglio di un filone che finisce col risultare "originale" nell'Italia di questi anni, con il quale in realtà molti empatizzano automaticamente (dopo anni ed anni di pellicole tarantiniane e post tarantiniane). Jeeg Robot diventa un film "come non se ne fanno in Italia" (ed è vero), che incredibilmente riscopre il senso di una recitazione diversa e rifugge da determinati cliché (anche se si potrebbe obiettare che lo fa rifugiandosi in altri).

Personalmente l'ho apprezzato, si tratta indubbiamente di un'opera (per altro "prima") di valore, con molte idee, soprattutto grandissimo coraggio e tante frecce al proprio arco, non ultima quella di aver individuato gli attori giusti, aver affidato loro le parti giuste e non aver avuto paura di osare. Rispetto al tripudio orgiastico, talvolta acritico, che ha rovesciato fiumi d'oro su questo titolo, durante la visione ho avuto dei se e dei ma che ho represso, a fronte del fatto che cinema così in Italia in effetti "non se ne fa" e non se ne vede, ahimé, molto spesso. L'effetto "e mo' so cazzi" a tratti tracima e inonda ogni cosa. Se da un verso il dialetto romanesco serve a far borgata, a creare un'atmosfera da ultimi, da quartiere primitivo, da stato brado, sopravvivenza primaria, dove vige il mors tua vita mea ed il codice di comunicazione è giocoforza ai minimi termini, dall'altro Jeeg rischia di configurarsi come un film di romani per romani. Il continuo rifrullo dialettale è estenuante e molto spesso la chiosa di ogni dialogo potrebbe essere "esticazzi?". L'origine dei poteri di Santamaria è davvero spiegata in modo sommario, elementare e naive, ma del resto va anche dato atto che la cosa importa fino ad un certo punto e che il budget di Jeeg Robot non poteva permettersi granché di più. Inoltre non bisogna cadere nell'equivoco che il film sia un cinecomic, genere che liscia ed accarezza ma che non sposa mai convintamente. Il personaggio della Pastorelli è senz'altro poetico ma forse fin troppo spoglio nel suo rifugiarsi unicamente, sempre comunque e soltanto, nell'universo metafisico del manga che dà il titolo al film. A volte certe battute appaiono obbiettivamente forzate ("ma chi ti manda, il Ministro Amaso?... Ma pure te hai la spada di fuoco?").

Luca Marinelli l'ho trovato superlativo. D'accordo sopra le righe, gigione e tutto quello che volete, ma si butta anima e cuore nella creazione di un personaggio che ti rimane stampato nel cervello, un Joker all'amatriciana con la fissa delle visualizzazioni su Youtube e della popolarità mediatica ad ogni costo. Una interpretazione generosa e del tutto convincente. Purtroppo la azzoppa un po' la sceneggiatura. - SPOILER: quando il suo Zingaro finisce bruciato nel Tevere la sua epopea - già gloriosa, ancorché negativa e criminale - poteva e doveva chiudersi lì. Ciò che segue, ovvero la messa in scena dell'eterna lotta del buono contro l'arcinemico, il villain Marvel che lo porta dritto dritto alla resa dei conti finale, si mangia un po' dell'iconoclastia del film e sembra invece assestarsi più pigramente sui binari del cinecomic classico, anche se invece che distruggere New York i nostri contendenti si accontentano più modestamente dell'Olimpico nel giorno del derby Roma-Lazio. Che poi il "botto de li botti", ripetutamente promesso e annunciato dallo Zingaro si rivela un tric e trac in grado appena di dar luogo ad uno sbuffo d'acqua nel fiume (e tuttavia al contempo di staccargli di netto la testa e proiettarla a decine di metri di distanza....bah). Personalmente avrei gradito un'evoluzione diversa, una presa di coscienza di Hiroshi Shibbba (con tre b) che non passasse necessariamente dallo scontro con lo Zingaro (troppo facile, troppo ovvio...) ma che magari seguisse un altro percorso narrativo. Peccato.

Detto tutto ciò, Lo Chiamavano Jeeg Robot rimane comunque un esperimento interessante, che fa ben sperare per una via alternativa al cinema italiano. Buone le musiche, ad opera sempre di Mainetti, e davvero superlativa la capacità di riuscire a rendere credibile una storia del genere senza avere i soldi per sostenerla adeguatamente o potersi concedere capricci glamour. Chapeau, molti registi italiani fanno molto meno con molto di più a disposizione.

Trailer ufficiale

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