Esistono varie locandine di L'Enfer di Chabrol, tutte piuttosto fuorvianti poiché tendono a far sembrare il film (tanto nella sua edizione cinematografica, anche internazionale, quanto in homevideo) un film erotico, puntando ovviamente sulla sensualità di Emmanuelle Béart, cosa che non è affatto. Non c'è una singola scena di nudo dell'attrice francese, giusto una in biancheria intima e per quanto riguarda il sesso, mai visto nulla di più casto. L'Inferno piuttosto è uno strano oggetto che parte come una sorta di commedia sentimentale, si sviluppa nel dramma e chiude quasi come un film horror. Chabrol ricevette la sceneggiatura in eredità dalla vedova di Henri-Georges Clouzot, il quale avrebbe dovuto trarne un film ma non riuscì a farlo per problemi di salute. Chabrol così lo manipolò a proprio uso e consumo, e ne trasse una propria versione. La storia ha una radice molto salda nella psichiatria, il regista dice di essersi consultato a lungo con esperti del mestiere per costruire al meglio i suoi personaggi, in particolar modo quello del protagonista (Cluzet), nonché la progressiva discesa nell'inferno del titolo. Si tratta del delirio generato prima dal dubbio, poi dalla gelosia, che porta alla distruzione e all'annientamento di una coppia sposata, con un figlio, e tenutaria di un albergo. La vicenda narrata da Chabrol sa essere molto disturbante soprattutto per il modo in cui viene illustrata, per il taglio e l'attenzione maniacale ai dettagli da parte del regista.
Quello di Cluzet è un avanzamento per gradi, non si attiva un interruttore bensì passo dopo passo l'uomo perde il contatto con la realtà, fabbricandosene una personale dalla quale non riesce più ad emergere. Progressivamente i momenti di lucidità, che dapprima si alternano a quelli di follia, cannibalizzano ogni spazio fisico e mentale dell'uomo. E' interessante l'uso del tempo che fa Chabrol, costantemente alterato poiché di fatto è un tempo di vita che il protagonista vive ed esercita esclusivamente in funzione della sua gelosia, ovvero - in ultima analisi - del suo delirio. Di non facile interpretazione il ruolo della Béart, sempre in bilico tra la civetteria e l'essere vittima delle ossessioni del marito. Un misto di candore e e sensualità, innocenza e provocazione che ben presto verranno spazzate via dalla potenza nefasta della megalomania febbrile di Cluzet. Importante la caratterizzazione d'ambiente di Chabrol, con tanti piccoli elementi ad arricchire, come l'uso delle musiche, i personaggi di contorno (molto buffi i vecchietti arzilli che ravvivano il proprio rapporto amoroso soggiornando in albergo), i primi piani, l'uso dei ronzii (sorta di campanelli di allarme del sopraggiungere della incontenibile gelosia visionaria del protagonista), le luci, le tenebre (le "provvidenziali tenebre") e via discorrendo. C'è un che di polanskiano nel procedere della paranoia che avvolge questo film e il finto finale sembra quasi sfociare apertamente nel cinema di Polanski, anche se poi Chabrol si riserva un ulteriore finale ambiguamente "sans fin", senza fine, poiché l'ossessione è circolare e sostanzialmente tutto potrebbe ripetersi daccapo, senza soluzione di continuità. Si narra che Chabrol ebbe diversi litigi sul set con la Béart a causa - a suo dire - della totale assenza di senso dell'umorismo da parte dell'attrice.



