Dopo Mio Fratello Rincorre i Dinosauri, Stefano Cipani prosegue sul suo percorso di cinema dei contenuti, portando sullo schermo un adattamento della pièce teatrale La Palestra, di Giorgio Scianna. In breve accade che dei genitori vengano convocati dalla preside di una Scuola Superiore nella palestra dell'Istituto per importanti comunicazioni. Lo spettatore dapprima assiste all'incontro e alla fraternizzazione delle tre famiglie tra di loro, poi al presentarsi della preside apprendiamo il motivo dell'appuntamento, i figli hanno abusato di una compagna, ripetutamente. La preside intende informare i genitori e possibilmente ricavarne una reazione ragionevole e collaborativa, ma le cose andranno diversamente. Siamo dalle parti del Polanski di Carnage, pur con tutte le dovute differenze, sfumature e declinazioni, ma l'impostazione di base è piuttosto simile, unità di spazio, tempo e luogo, pochi personaggi, interazione furiosa tra di loro, accenti grotteschi, ora comici, ora drammatici, ma comunque spesso e volentieri borderline, situazioni estreme, deflagrazione finale. Se le intenzioni sono interessanti, il risultato presenta a mio modesto modo di vedere delle ombre. Il film suona insincero, didascalico nel suo apparecchiare personaggi e responsabilità. Non c'è una scoperta progressiva degli elementi di sceneggiatura, l'impressione è che si tratti di pagine a tesi che devono dimostrare l'assunto di base e si indirizzano senza zone d'ombra in un 'unica direzione, quella prevista sin dall'inizio. I padri e le madri non hanno chiaroscuri, sono soltanto negativi, lo sono da subito e rimarranno tali fino alla fine. Affogano nell'ipocrisia e non c'è un solo amo a cui farli aggrappare per provare a salvarli, Cipani li abbandona al primo fotogramma, in balia di loro stessi. Di contro, il personaggio della preside è altrettanto orizzontale, positiva e goffa, nessun altro elemento a dare tridimensionalità. Goffa emotivamente, ingenua, impreparata a gestire una simile situazione (che evidentemente richiedeva consapevolezza e preparazione, era abbastanza ovvio aspettarsi le reazioni che si manifestano da parte dei genitori). Si fa leva unicamente sul suo essere sensibile, empatica, ma la messa in scena di un agnello in una gabbia di lupi non concede grandi varianti narrative, può finire unicamente in un modo.
A ciò si aggiungano delle parentesi prettamente registiche che personalmente non ho apprezzato granché. Il momento della "scoperta" da parte dei genitori (la scena del cellulare) è sovrastata da un crescendo musicale francamente stucchevole che tradisce intenzioni "autorali" un po' pedanti, così come i momenti immediatamente successivi, con l'abbondare di immagini nei quali i vari personaggi vengono ritratti immobili (per lo shock evidentemente), ora singolarmente, ora in gruppo ma separati (nel proprio dolore), sempre con quel troppo di autocompiacimento didascalico. La storia, il film, il regista, vogliono proprio renderci plasticamente chiaro quanto quel momento sia dirimente nel susseguirsi degli eventi (e per altro così non sarà, a ben vedere). E' un'epifania troppo plastica, troppo sottolineata, troppo appariscente e troppo prolungata (considerando anche tutto il minutaggio "psichedelico" del telefono), che appesantisce alquanto la visione. La Mezzogiorno recita con un tono di voce quasi incomprensibile, un po' fastidioso, al punto tale che mi sono chiesto se non fosse un effettivo limite fisiologico dell'attrice, magari dovuto a qualche problema di salute reale, nel qual caso naturalmente ogni critica decadrebbe, cionondimeno lo iato tra la sua dizione e quella (urlata, scandita forte e chiaro degli altri personaggi, soprattutto Rea e Santamaria) salta all'occhio, anzi all'orecchio. Infine, mi ha lasciato perplesso il personaggio di Santamaria che ha un primo ed un secondo tempo. Tanto è spietato, cinico, rozzo (intellettualmente) e violento nella prima metà, altrettanto è razionale, conciliante, a tratti persino umano, nella seconda, dopo ver acclarato il fattaccio. Francamente una evoluzione così esplosiva e radicale è poco comprensibile, non c'è una crescita o una maturazione del personaggio ma solo un palo preso in fronte che da solo dovrebbe spiegare l'alterazione della personalità. Tutto ciò detto, il film ha dalla sua un ritmo scoppiettante, soprattutto considerando l'impianto teatrale, una durata intelligentemente contenuta, una bella fotografia, una recitazione all'altezza da parte di ottimi attori. Rimane quel senso di malizia di fondo che non ti togli di dosso e che in qualche misura edulcora i nobili intenti morali di sceneggiatura.



