Eden

Eden
Eden

Eden di Ron Howard è un film alla rovescia per molti aspetti. Intanto rovescia il cinema di Howard, narratore di storie con le risposte, mentre Eden è un film di domande, anche angoscianti ed inquietanti. I personaggi delle storie di Howard sono grandi sognatori, risolutori di problemi, costruttori di mondi positivi, moralmente positivi, edificanti, pedagogici, empatici. Perlopiù si tratta di storie americane, o magari fantasy e/o fantastiche ma facilmente traducibili in un continente la cui fisionomia richiama comunque quella americana, per slancio, valori, sogni e ideali. Eden non va in quella direzione, è un film cupo, tormentato, avvelenato, persino nichilista. Non ci dà il meglio dell'umanità bensì il suo peggio, non ci consegna costruttori ma distruttori, non ci mostra l'alba semmai il crepuscolo, non ci rassicura, ci inquieta. Per elevare a potenza questo rovesciamento di 180 gradi della sua estetica, del suo cinema, Howard ricorre anche ad alcune idiosincrasie nel casting. I ruoli di Sydney Sweeney e Ana De Armas ad esempio sembrano come invertiti. Il personaggio della baronessa sembrava perfettamente calzante per la fisicità prorompente, maliziosa, erotica e seducente della Sweeney; così come quello della mogliettina Margret - quasi una donna amish (se non si trattasse di una fuggiasca della Repubblica di Weimar) - semplice, umile, modesta, disarmata, senza un filo di trucco, vestita di abiti che in alcun modo ne risaltano la femminilità, docile ed accondiscendente verso il marito, ha la fragilità della De Armas. In egual misura il sesso aggressivo e manipolatorio della baronessa sarebbe andato a nozze con le fattezze della Sweeney. Howard opera questo gioco di specchi delle rispettive parti, creando confusione e profondità al contempo, e ciò che non ti aspetti finisce col catturare la tua attenzione.

Sulle prime le varie figure che popolano il mondo di Eden non mi hanno fatto impazzire, tutto sommato c'è una linea orizzontale che le tiene assieme, non si scende troppo in profondità, ognuna di loro si caratterizza per un paio di tratti distintivi, non di più. Il dottor Ritter (Jude Law) è uno strano Robinson Crusoe visionario  e ipocrita, vuole delineare filosoficamente la società dopo il suo collasso ma non è poi troppo differente da un esaltato nazionalsocialista della Germania da cui è fuggito, nauseato dall'avvento del totalitarismo. La sua compagna Dora (Vanessa Kirby) sembra sin troppo sottile e intelligente per abboccare al suo amo eppure (in nome dell'amore....) lo fa. Heinz (Daniel Brühl) è poco più che un pedante ragionierino ma dalle incredibili risorse e dall'altrettanto stupefacente resilienza. Sua moglie Margret (Sydney Sweeney) è un apparente vaso di coccio che terrà testa a tutti e tutto, oltre a mettere al mondo un bambino praticamente da sola nel mezzo del nulla, con le sue sole mani e qualche straccio, mentre è attaccata da un branco di cani randagi. Oplà. Infine la baronessa Eloise Bosquet de Wagner Wehrhorn (Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare) è cartoonesca nella sua malvagità indefessa. Ciò nonostante, ovvero nonostante una certa faciloneria dei personaggi assai immediati e decriptabili, Eden piano piano ti prende, ti avviluppa, dimostra un magnetismo che finisce con lo stemperare i propri difetti.

Eden sembra la versione di Laguna Blu per adulti, l'incontro con l'incontaminato paradiso edenico esotico visto con gli occhi di un'umanità oramai fatta e finita, scaltra, scafata, svuotata e fluttuante come un relitto dopo un naufragio. I colori vividi e pulsanti diventano lividi, tetri e marci. Non c'è più speranza, anche la nascita di un figlio dell'isola (qui come in Laguna Blu) sortisce tutt'altro effetto, un altro animale destinato a nient'altro che all'infelicità, alla sopraffazione, allo sfruttamento, alla solitudine e alla disperazione. Il momento forse più affascinante della pellicola sono le immagini che scorrono sui titoli di coda, i veri fotogrammi dei veri protagonisti di quella che è appunto una storia vera e che Howard si è limitato a romanzare un po', limando qua e là quel che serviva per renderla cinematografica ma mai catartica, come invece è altrimenti il suo cinema. Una prova di coraggio e maturità da parte del regista, la cui filmografia col passare del tempo si è fatta oggettivamente impressionante per quantità, qualità e peso specifico sulla cultura di celluloide. Un film forse un po' scaltro ma di gran fascino e sapientemente costruito.

Trailer ufficiale

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