Il più brutto film della storia del cinema italiano secondo Morando Morandini, una medaglia al valore per Ciro Ippolito, deus ex machina del progetto, sceneggiatore, regista e produttore. Che l'operazione sia all'insegna della sgangheratezza e della trivialità è del tutto evidente e voluto, non che gli Squallor e Ippolito si diano arie da intellettuali cinefili. Anzi addirittura parte del film è fatto di frattaglie appiccicate apposta alla pellicola per raggiungere il metraggio minimo. E' il caso delle nove interruzioni pubblicitarie, con tanto di stacchetto, disseminate lungo i 98 minuti di durata, che fanno il verso a pubblicità dell'epoca (la carne in scatola, il Camel Trophy riadattato alle strade romane) o a personaggi celebri del repertorio degli Squallor (Pierpaolo, Berta). Per il resto siamo nelle campagne nostrane, come fossero il Wisconsin alle prese con tre tribù indiane, quelle degli Arrapaho, dei Cefaloni e dei Froceyenne (che adorano un totem fallico). La storia è un completo non-sense, con il prode e virile Arrapaho (Urs Althaus) e la bella Scella Pezzata (Tinì Cansino), entrambi non doppiati, che cercano di coronare il proprio sogno d'amore ostacolato dei rispettivi padri nonché capi tribù. Scella Pezzata è stata promessa in sposa a Cavallo Pazzo (Armando Marra). Nel frattempo Palla Pesante (Daniele Pace), capo dei Cefaloni, si produce in monologhi e discorsi infiniti, perlopiù improvvisati. Il narratore Alfredo Cerruti spesso fa fatica a trattenere le risate mentre spiega e intavola situazioni improbabili. C'è molta volgarità e pure un nudo full frontal della Cansino, un film impensabile oggi con tutti i paletti del politicamente corretto. Lo sganascio è di lana grossa e si percepisce chiaramente che non c'è una linea, una sceneggiatura degna di tal nome mentre gli attori o presunti tali cercano di portare a casa una scena.
Il senso di genuinità e autenticità è contagioso e comunque capita di ridere qua e là, anche se il film va preso per ciò che è, una specie di goliardata estemporanea che deve un po' tirare la discografia degli Squallor, un po' affermarli come saltimbanchi capaci di esondare oltre il confine della musica. C'è qualche lampo di genio disperso in un mare di gag da terza media, ma in fondo è proprio questo al contempo il pregio ed il limite tanto del film quanto della comicità degli Squallor in generale, da contestualizzare negli anni di suo maggior furore tra i '70 e gli '80. Pure il pomposo finale all'Aida, completamente scollegato e inusitatamente lungo sta lì in bella mostra solo per allungare il brodo, mentre Ciro Ippolito si atteggia a direttore d'orchestra. Il film venne girato in appena due settimane e costò una cifra irrisoria (135 milioni di lire), probabilmente spesi tutti in cavalli come spiega anche Cerruti. Berta è interpretata dalla figlia di Ida Di Benedetto, Marta Bifano. La pellicola uscì in due sale, Viareggio ed Ischia, due copie che in pochi giorni salirono a 150 su tutto il territorio nazionale, un successo tanto sorprendente quanto inspiegabile. Col senno di poi gli Squallor e in particolar modo Totò Savio rimasero relativamente contenti dell'operazione poiché ci fu pressione per renderla il più "commerciale possibile, in qualche maniera snaturando lo spirito autentico del gruppo, o perlomeno questa fu la loro percezione. Non andò meglio con Uccelli D'Italia, che Ippolito e gli Squallor fecero uscire l'anno dopo, in quel caso il gruppo lamentò il pessimo doppiaggio.



