8½

Forse il film più noto e celebrato di Federico Fellini assieme a La Dolce Vita, sicuramente quello preferito dai critici, ed è abbastanza impressionante che lo giri a 43 anni, appena 43 anni verrebbe da dire, considerando che si tratta di una pellicola equiparabile ad una summa esistenziale, un testamento che di solito si firma a fine carriera, quando ogni esperienza converge nella propria arte, anziché appena a metà del cammin di nostra vita. Come quasi ogni opera di Fellini il film è un'estensione di sé, una rappresentazione in celluloide dell'universo felliniano, della sua realtà trasfigurata in narrazione surreale, grottesca, immaginifica, adulta e infantile al contempo, stratificata, sociologica, filosofica ma anche estremamente candida, immediata e genuina. Mai come in questa occasione il protagonista Guido Anselmi (Marcello Mastroianni) è Federico Fellini. La sceneggiatura (scritta assieme a Flaiano) nasce da quanto realmente accaduto al regista, ovvero l'eventualità di girare un film che non si concretizza mai, che fatica ad arrivare a compimento, del quale il regista persino si scorda. Ed ecco , il cui titolo altro non è che quanto prodotto sin lì da Fellini tra lungometraggi ed episodi di film ai quali aveva partecipato. 138 minuti traboccanti di personaggi che oscillano sempre tra la proiezione della mente del regista, le sue fantasticherie, ciò che vorrebbe e ciò che effettivamente lo circonda e che, in verità, lo assilla. Guido è un indolente, malinconico, atterrito attraversatore di giornate e situazioni, un uomo che sembra subire la vita più che viverla. I suoi rapporti interpersonali sono perlopiù fallimentari, all'insegna dell'incomprensione; quello con la moglie Luisa (Anouk Aimée), con l'amante Carla (Sandra Milo, vera amante di Fellini), con il produttore Pace (Guido Alberti), dal quale non trova pace, con l'intellettuale Carini (Jean Rougeul), un critico cinematografico che gli è stato messo alle calcagna e che gli smonta il film pezzo a pezzo, stigmatizzando ogni idea di Guido (ricalcando pari pari le critiche che Fellini riceveva per le sue pellicole, tant'è che alla fine Guido immagina di impiccare Carini).

Non solo Fellini si può identificare con il regista suo alter ego, lo stesso spettatore incrocerà più volte le proprie paturnie esistenziali con quelle di Guido, sorta di uomo prototipo nel quale è estremamente facile rispecchiarsi. La sua confusione, le sue incertezze, il suo smarrimento, le sue tentazioni, le sue debolezze, sono quello di ogni creatura che sta al mondo e che si sente inadeguata all'ambiente che la circonda, come sovrastata ed esausta a causa del mal être. Guido non trova conforto nella morale cattolica (le eminenze porporate), neppure in quella laica (lo spocchioso Carini), entrambe sono opprimenti, esigenti, pressanti. Le maestranze sul set cercano un regista decisionista, le donne cercano in Guido un uomo a tutto tondo, ma lui non è in grado di offrire una simile maturità, paradigmatiche in tal senso le parentesi dell'harem o dell'incontro con Claudia Cardinale, uno spirito puro che svela l'impreparazione di Guido nel saper voler bene ad una donna. Anselmi ama corpi e sentimenti, ma fa molta fatica ad amare le donne. Solo la catarsi finale, l'epifania sul set faraonico del film (monumento all'inconcludenza di Guido, come i suoi infiniti provini), un film che non si farà mai, condurranno Guido ad una liberazione, all'accettazione di sé e degli altri, e alla sua conseguente pacificazione ed integrazione con la realtà fenomenica che lo circonda. Un finale un po' consolatorio ed auto assolutorio magari, ma ugualmente d'effetto poiché pienamente "felliniano".

Oltre alle celebri musiche di Nino Rota e alla fotografia in bianco e nero di Gianni Di Venanzo, il film è pieno di scene iconiche passate alla storia del cinema, dall'incipit onirico al ballo di Barbara Steele e Mario Pisu (ripreso da Tarantino in Pulp Fiction), dalla sequenza della fonte termale alle tante pose abuliche e sonnacchiose di Guido, dalla sauna nella quale Mastroianni riceverà verità apocalittiche sulla salvezza dell'uomo da parte della Chiesa, fino al finale chiassoso e celebrativo con tutti i personaggi riuniti in un'atmosfera circense e surreale. vinse l'Oscar come miglior film straniero ed è universalmente riconosciuto come un capolavoro del cinema e uno dei migliori film mai realizzati. C'è un dialogo, intorno agli 80 minuti, tra Mastroianni e Rossella Falk, sorta di grillo parlante, psicologa e coscienza di Guido e dei vari personaggi, nel quale Mastroianni si chiede perché le cose siano andate come sono andate, in che punto preciso abbia sbagliato strada senza accorgersi di farlo, una riflessione di disarmante semplicità ma che tutti abbiamo fatto almeno una volta nella vita. Una domanda destinata naturalmente a rimanere senza risposta, come la vita stessa.

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