Ruderi D’Amore

Ruderi D’Amore
Ruderi D’Amore

Il 2020 verrà ricordato per molte cattive notizie e sarà difficile trovare qualche luce di gioia e godimento in un tempo così complesso e sofferto. Per Roger Fratter verrà messo a verbale come un anno di work alcoholism. Tre film, fortunatamente girati prima delle restrizioni derivanti dal Covid 19, dispensati tra l'autunno e l'inverno, a beneficio del proprio pubblico e di chiunque abbia voluto e voglia trarre delizia dal magistero narrativo di Fratter. Ruderi D'Amore rappresenta l'esito più elaborato e articolato di questo percorso tripartito e personalmente lo ricorderò proprio come una di quelle luci capaci di donare sollievo in un periodo di cupezze e angosce. Il film non va affatto in una direzione di leggerezza e levità, dunque parrebbe paradossale attribuirgli doti taumaturgiche, tuttavia è così che funziona l'arte; indipendentemente dal tono grave o solare che ne permea il linguaggio, entrare in contatto con un frammento di arte, intersecare l'espressione di ingegno di un autore, rimbalzare dentro le sue geometrie argute, provoca appagamento, benessere, voluttà, un senso di completezza che mette  in circolo energie positive e permette di riconciliarsi con le proprie fragilità e con la realtà che ci circonda, altrimenti percepita come ostica ed inospitale. Ruderi D'Amore entra subito in sintonia con lo spettatore, pur essendo una sceneggiatura ermetica, criptica, affatto immediata e spontanea. In realtà ci si mette un po' a capire il senso di marcia, da dove e verso dove si è diretti; si segue il flusso pur rimanendo col punto interrogativo di aver afferrato con pienezza ciò che il regista intendeva dirci.

Sto parlando di un limite? Affatto, è un punto di forza del film, in questo vagamente assonante alle atmosfere eteree, rarefatte e metafisiche di Femminilità (In)corporea. Una trappola dolce e sottile per irretire lo spettatore e costringerlo a seguire il sentiero approntato per lui. Ruderi D'Amore sceglie un registro estetizzante e per chi guarda c'è solo l'imbarazzo della scelta su quale dettaglio soffermarsi ad osservare dentro il riquadro del fotogramma. Ci sono gli algidi ed eleganti interni di design dell'appartamento di Ryan (Roger Fratter) e Maya (Maria Clouchet), l'uso creativo e "parlante" delle luci, il tocco gelido del digitale - mai centrato e potente come in questo film tra tutti quelli prodotti da Fratter - ci sono le belle donne che sono altrettante opere d'arte ad impreziosire (quelle non mancano mai), una ricerca attenta e curata dei vestiti che indossano (soprattutto quelli estrosi della Clouchet), ci sono i contrasti cromatici (anche in questo caso generosamente sottolineati proprio dalla Clouchet, dalla sua chioma corvina e dal rosso che sovente la contorna e la incornicia), gli esterni della provincia bergamasca, ritratta nel periodo del tutto particolare delle festività e dunque esaltata da addobbi luminosi che si stagliano nelle nebbie e nei grigiori invernali. Mi chiedo spesso dove Fratter abbia girato il film che sto guardando, per poi scoprire puntualmente dai titoli di coda che il paesaggio è bergamasco, a riprova di come un bravo autore sappia valorizzare anche una "normalissima" provincia. Esulando dall'aspetto visivo, formale, va poi fatta una menzione speciale per le musiche di Valerio Ragazzini, splendide, armoniosamente apparecchiate sulle immagini ordite da Fratter, con le quali creano una sintonia pazzesca, un incantesimo sintetico le cui infinite livree elettroniche trasportano il film verso piani ancora più onirici, astratti e immaginifici.

C'è molta carne al fuoco in Ruderi D'Amore, davvero tanta. Simbolismi, accenni e "non detti" che implicano interpretazioni molteplici e variegate, ma sempre e comunque affascinanti, e che lo spettatore deve declinare secondo la propria sensibilità, soppesando ogni sfumatura. C'è un passo in un futuro prossimo, vagamente distopico (come già percepito in Rage Killers), fatto di social Media e totalitarismo, un mondo in tutto e per tutto simile all'attuale, ma nel quale relazioni e rapporti sembrano smembrati, congelati, atomizzati, frazionati, inchiodati a reciprocità di stampo meramente utilitaristico. E frazionati sono anche i disegni di Ryan, che ritrae bocche, occhi e nasi (di Maya) scomposti, tessere di un puzzle che deve essere assemblato per tornare a far risuonare corde, vibrazioni e sentimenti familiari, come ad esempio quello dell'amore, che marito e moglie sembrano aver perduto. Molto evocativa in tal senso la scena che chiude il film, visivamente parlando un vero e proprio quadro che ricompone le forme, le macerie, dando nuova linfa all'architettura che era franata (producendo i ruderi del titolo). Tutto il film è la travagliata risalita di questa montagna, un solco profondo fatto di incomprensioni e lacerazioni che tuttavia, giunti finalmente alla cima, produrranno una nuova opportunità di riscatto sentimentale, un riavvicinamento di due individui soli e che forse si erano rassegnati troppo presto. Gran prova di Maria Clouchet, che ha sulle spalle una fetta della credibilità della storia raccontata; ruolo affatto facile il suo, giocato tra sensualità, erotismo, femminilità, privazione d'amore, desiderio represso e ricerca costante di autostima. Una scena "banale" come quella della doccia nelle mani di Fratter (e nel corpo della Clouchet) diventa una rivisitazione innovativa e accattivante della classica "scena della doccia" che ha popolato tanto cinema di genere italiano. Non appena arrivano i titoli di coda si vorrebbe idealmente riavvolgere il nastro e ripartire da capo, per decriptare - stavolta con il senno di poi - i tanti piccoli enigmi semantici disseminati nel film, e rigustarne il suo sapore così specifico e peculiare.

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